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Op-Ed del ministro Padoan sul settimanale tedesco Wirtschafts Woche

 01/07/2017

È stato pubblicato sul settimanale economico tedesco Wirtschafts Woche un intervento del ministro dell'Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan. Pubblichiamo il testo in italiano.

Durante lo scorso fine settimana, la BCE ha dichiarato prossime al fallimento Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, due banche italiane di dimensioni regionali. In conseguenza a tale dichiarazione, il Single Resolution Board ha valutato se sussistessero tutti i tre requisiti necessari per porre in risoluzione queste banche secondo le regole europee. A conclusione della propria valutazione, il SRB ha comunicato che soltanto due dei tre requisiti erano soddisfatti, e che di conseguenza le banche dovevano essere poste in liquidazione secondo le regole italiane.

Da questo punto in avanti entrano in scena le decisioni del Governo italiano. Secondo alcuni commentatori queste decisioni avrebbero comportato un salvataggio delle due banche con soldi pubblici e violato lo “spirito” delle regole europee. Questi commenti sono frutto di una lettura distorta dei fatti oppure di un pregiudizio che impedisce ai commentatori di valutare i fatti stessi in modo obiettivo. Vorrei quindi cogliere questa opportunità per riferire semplicemente i fatti di cui si compongono le decisioni del Governo italiano.

Cominciamo dalla tesi di molti commentatori secondo i quali si sarebbe trattato di un “salvataggio” (bail-out). Per salvataggio aziendale si intende abitualmente la continuità di un complesso aziendale, che può continuare ad operare con il proprio marchio e con tutte le proprie componenti. Invece Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono state poste in liquidazione: escono dal mercato, i loro marchi non potranno più essere utilizzati, il complesso aziendale viene smembrato. Un insieme di attività e passività è stato ceduto a Intesa Sanpaolo. L'integrazione delle attività in Intesa Sanpaolo porterà alla chiusura di 600 sportelli su 900: due banche inefficienti sono state chiuse.

Una seconda critica rivolta all’operazione dello scorso fine settimana riguarda gli aiuti di Stato che abbiamo deliberato per assicurare una gestione ordinata della liquidazione. Senza l’intervento pubblico la liquidazione avrebbe comportato l’interruzione immediata dei servizi alla clientela, in particolare gli affidamenti di credito alle piccole imprese e agli artigiani. Un evento di questo tipo avrebbe causato gravi danni all’economia di un territorio che ha un PIL grande quanto Estonia, Lituania, Lettonia e Slovacchia messi insieme, avrebbe richiesto a tutte le banche italiane un intervento per restituire tutti i depositi garantiti, e non possiamo escludere un diffuso nervosismo su tutto il settore bancario. In casi come questi, lo Stato può intervenire per mitigare gli effetti dell’uscita delle banche dal mercato seguendo le regole sugli aiuti pubblici e in particolare la Banking Communication del 2013. Queste regole prevedono che gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati contribuiscano integralmente al costo dell’operazione e che eventuali distorsioni alla concorrenza siano limitate. Secondo le stesse regole gli obbligazionisti ordinari non sono tenuti a contribuire ai costi e i depositanti restano completamente protetti. È esattamente, puntualmente, ciò che è avvenuto per la liquidazione delle due banche in questione.

Una terza critica, sollevata da chi riconosce che tutte le regole europee sono state rispettate, è che sarebbe stato violato lo “spirito” di queste regole. Ora, io credo che le regole servano ad affrontare i problemi in modo equo e nell’interesse generale. Le regole europee sull’unione bancaria e sulla gestione delle crisi nel settore hanno lo scopo di favorire la stabilità finanziaria e di evitare che vengano impiegati soldi dei contribuenti per salvare banche. Questi obiettivi sono stati fissati e condivisi dagli Stati membri dopo che molti paesi hanno iniettato ingenti quantità di risorse pubbliche nella stabilizzazione dei rispettivi settori bancari in seguito alla crisi finanziaria del 2008: parliamo di centinaia di miliardi in Germania e nel Regno Unito. Nell’insieme dell’Eurozona si stima un contributo alla stabilizzazione dei sistemi finanziari nazionali di circa 800 miliardi di euro. Nel caso dell’Italia il contributo pubblico per le nostre banche è stato limitato finora a circa 1 miliardo di euro perché abbiamo un sistema del credito sano. L’intervento pubblico per le due banche venete in discussione ammonta a 4,8 miliardi, più garanzie, per le quali si prevede un esborso netto contenuto. Si tratta di un aiuto temporaneo, perché le banche in liquidazione dispongono di attività per circa 11,5 miliardi di euro, dal quale stimiamo di recuperare le cifre oggi impegnate.

L’elenco di critiche con le quali alcuni commentatori si sono esercitati in queste ore comprende anche la possibile distorsione alla concorrenza. Secondo queste critiche, la liquidazione avrebbe “regalato” a Banca Intesa due banche per un singolo euro, favorendone la posizione competitiva. È bene sapere che Banca Intesa è stata selezionata sulla base di una procedura aperta, equa e trasparente. Da questa procedura la proposta di Banca Intesa è emersa come quella più conveniente. La procedura selettiva ha fatto emergere il valore (negativo) che il mercato era disposto a pagare per una parte delle attività e passività delle due banche.

Ma veniamo al cuore della questione che affascina alcuni commentatori internazionali: il funzionamento dell’Unione bancaria. Dopo la crisi finanziaria del 2008 e la crisi dei debiti sovrani del 2011 il progetto dell’unione bancaria ha occupato a lungo il dibattito sull’integrazione europea. L’accordo politico raggiunto a fine 2013 è stato salutato come un importante passo avanti in questa direzione. Tuttavia oggi l’Unione bancaria non è ancora completa, perché manca un backstop pubblico europeo e uno schema europeo di garanzia dei depositi. Personalmente ritengo che la direttiva sulla risoluzione e i salvataggi bancari (BRRD) abbia fortemente contribuito a ridurre i rischi di una mutualizzazione dei costi di eventuali interventi futuri.

L'eredità ancora pesante della lunga fase recessiva sui bilanci delle banche italiane, che è la causa primaria dell'intervento di liquidazione delle due banche venete, evidenzia che i passi in avanti per adempiere l’impegno a condividere i rischi dovranno continuare a essere affiancati dalla prosecuzione degli interventi strutturali per la riduzione dei rischi accumulati durante il ciclo negativo. Da questo punto di vista, è bene rammentare ancora una volta che il progetto di riforma del settore bancario intrapreso dall'Italia negli ultimi anni ha una dimensione e una portata ragguardevoli. La riforma delle banche popolari ha indotto due di queste a una fusione dalla quale è nato il terzo gruppo italiano, ha migliorato la trasparenza nella governance delle altre e ha fatto emergere problemi altrimenti nascosti, come nel caso delle banche venete. La riforma delle banche di credito cooperativo comporta l’aggregazione di centinaia di piccoli istituti di crediti in due-tre gruppi di maggiori dimensioni, per i quali efficienza e trasparenza diventano l’obiettivo di una nuova stagione. Alle riforme specifiche del settore si affiancano gli interventi che influenzano il contesto. Per esempio sulle procedure d’insolvenza, in modo da accelerare la gestione del contenzioso e il recupero dei crediti.

Gli interventi stanno producendo gli effetti sperati: i crediti deteriorati (NPL) stanno diminuendo rapidamente, le banche stanno aumentando efficienza e redditività, la governance è diventata più funzionale. Il percorso deve essere portato a termine, e la rischiosità delle banche italiane continuerà a diminuire, in linea con i migliori standard europei.

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