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Intervista del ministro Padoan a la Repubblica

 01/05/2016

di Fabio Bogo

ROMA. Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan parte per Bruxelles, dove il 3 maggio la Commissione Europea renderà note le previsioni economiche di primavera, con nella borsa due buone notizie, alcuni segnali incoraggianti e una punta di fastidio.

Ministro le buone notizie a suo giudizio riguardano le banche. Fatto il decreto sui rimborsi e accorciati i tempi per il recupero dei crediti. C'è voluto tempo, siete soddisfatti?
"Le misure consentono ad un consistente numero di risparmiatori e di obbligazionisti di ottenere un rimborso automatico fino all'80% dell'investimento. Non è una percentuale arbitraria, perché tiene conto del fatto che costoro hanno beneficiato di rendimenti e interessi che coprono il restante ammontare; abbiamo fissato questa soglia per evitare che qualcuno alla fine incassasse rimborsi superiori all'esborso iniziale. Chi non ha i requisiti o non vuole utilizzarli ha comunque la via d'uscita di rivolgersi all'arbitrato".

L'opposizione non è d'accordo, e nemmeno i consumatori: decreto complicato e risparmiatori penalizzati.
"Il rimborso diretto è semplicissimo: fai la domanda corredata della documentazione e se hai i requisiti ottieni il rimborso. La via dell'arbitrato richiede di passare per una valutazione nel merito ma è comunque più veloce dI una causa. La data del 12 giugno 2014 (la pubblicazione in Gazzetta ufficiale europea della direttiva bancaria sul bail in, ndr) oltre la quale l'acquisto non è più soggetto a rimborso perché non si può contestare la retroattività delle nuove norme coinvolge 158 persone, che hanno comprato sul mercato telematico ad un prezzo pari al 50-60 per cento di quello iniziale; un comportamento che al di là di ogni ragionevole dubbio evidenzia persone che conoscono i mercati e prendono un rischio, non hanno subito un misselling, un acquisto non trasparente. È l'uno percento del totale degli investitori. Però il provvedimento contiene anche una novità estremamente importante".

Recupero crediti più rapido. Ma anche qui critiche
"Ridurremo i tempi da 6-7 anni a 6-8 mesi in media, perché le nuove procedure lasciano spazio ad un contratto tra debitore e creditore . Ridurre il tempo del recupero inoltre aumenta il valore delle sofferenze, cosa che innesca un mercato delle stesse sofferenze che prima non esisteva o era molto ridotto. È una autentica scossa, molto positiva. Le critiche? Vedo che si fa molta confusione anche sul pegno non possessorio, che è una misura a favore, e sottolineo a favore, delle imprese debitrici, permette loro di continuare ad usare i beni strumentali, che invece prima venivano sequestrati riducendo lacapacità produttiva e di conseguenza i profitti. Sta alle parti usare questa opportunità che di fatto evita la stagnazione: oggi le banche con crediti in sofferenza non se ne liberano e di conseguenza non concedono nuovi prestiti; le imprese quindi vivacchiano senza crediti, e alla fine l'economia si ferma".

Sulle banche alla fine è arrivato anche il Fondo Atlante. Basterà a rimettere a posto il settore bancario?
"Il fondo è un'iniziativa del settore privato che il governo vede con favore: permette operazioni di ricapitalizzazione, come è avvenuto per la popolare di Vicenza, senza l'angoscia dei mercati in fibrillazione; e in secondo luogo aggiunge un'arma all'avvio del mercato delle sofferenze, perché una parte delle risorse sarà destinata alla cartolarizzazione, con benefici anche per il patrimonio immobiliare delle banche".

Lei dice che il sistema è più sicuro, speriamo sia così. Ma tutto questo non poteva essere evitato con un monitoraggio e una vigilanza più attenti?
"L'azione del governo è tutta rivolta a rafforzare un sistema creditizio che ha subìto i colpi della recessione, come dimostrano la riforma delle banche popolari e del credito cooperativo. La vigilanza si muove su meccanismi europei, ma la Banca d'Italia ha fatto un lavoro capillare. Non bisogna solo guardare ai casi critici, ma anche alle criticità che sono state risolte o evitate. Noi dal canto nostro cerchiamo di rafforzare il sistema con cambiamenti strutturali: il credito tornerà a condizioni di normalità, adesso non è così".

Il premier Matteo Renzi ha detto: ci sono troppi banchieri e poco credito. Condivide?
"È una sintesi efficace. Lo scopo delle nostre riforme è quello: meno banche ma più solide e capaci di erogare credito a famiglie e imprese. Però non nascondiamoci dietro un dito: c'è eccesso di occupazione che andrà gestito in tempi e modalità dovute. Con meccanismi che facilitano l'uscita dal lavoro dei bancari vicini alla pensione".

Conti pubblici, con che deficit ci presentiamo in Europa?
"Il deficit è quello del Def: 2,3% nel 2016 e 1,8% nel 2017. Ci potranno essere differenze, legate a stime di crescita, all'inflazione o anche a errori statistici. I veri numeri sono comunque sono quelli ex post. Oggi riteniamo di aver fatto le previsioni giuste, e siccome l'efficienza di capacità previsionale è confortante mi tengo i miei numeri".

Sui nostri numeri e comportamenti la Germania è critica. Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha dato giudizi negativi sul debito italiano e sulla politica monetaria della Bce, ed ha ribadito che le banche italiane hanno in pancia troppi titoli del debito sovrano: vanno ridotti
"A Weidmann rispondo così. Primo: è chiaro che c'è un rapporto tra debito e crescita. Per come la vedo io la crescita è la via maestra per ridurre il debito. Per Weidmann è il contrario. Non sono d'accordo con lui. È più corretta la mia tesi, che oltretutto è sostenuta dall'esperienza storica. Secondo: sulla Bce è smentito dai fatti. Non mi convince la relazione che fa tra politica monetaria e ritardo sulle riforme, tant'è vero che anche se beneficiamo dei tassi bassi siamo quelli che fanno più riforme. Terzo: sul debito sovrano nelle banche c'è già stata una discussione all'Ecofin. Per l'unione bancaria dobbiamo fare molti progressi e ci sono cose più importanti dei titoli di Stato nelle banche, a cominciare dalla garanzia dei depositi. I vincoli alle banche non mi sembrano utili e in ogni caso vanno discussi non in ambito europeo, ma a Basilea, perché riguarda anche Usa e Giappone. Ricordo infine in generale che finalmente in Europa si torna a discutere di cose importanti tipo un patto di Stabilità meno oscuro, meno farraginoso, più orientato alla crescita".

Sul fonte interno la novità è l'annuncio di un Fisco meno aggressivo con i piccoli contribuenti e la caccia ai grandi evasori. Si avvicina una voluntary disclosure bis?
"L'Agenzia delle Entrate si muove su nostra indicazione per un rapporto diverso con il contribuente, basato sulla fiducia, come chiesto da Ocse e Fmi. Per la voluntary disclosure stiamo valutando l'allargamento della platea. Ma il suo utilizzo è legato al giusto messaggio da mandare. È una tantum, non una è una prassi che continua indefinitamente nel tempo. Parliamo perciò di correzioni, aggiunte a un'operazione di estremo successo. Sia chiaro: non è un condono perché tutti pagano le tasse evase".

Dall'Istat arrivano buoni dati sul lavoro. Ma la percezione, come dimostra il sondaggio che pubblichiamo oggi, è diversa. Perché questa forbice?
"I dati sono positivi e i progressi sembrano lenti, ma sono comunque i migliori da 4 anni a questa parte. L'occupazione aumenta ma è ovvio che dovrà aumentare ancora. Dobbiamo fare molti progressi: ma jobs act, agevolazioni fiscali e crescita porteranno più occupazione. Sulla percezione del futuro non mi stupisce che alla famiglia sia attribuito un ruolo importante: da sempre è un pilastro del benessere. E nemmeno che cali la percezione del sindacato. Molto spesso le organizzazioni sindacali si concentrano sulla difesa degli insider e poco si occupano degli outsider, cioè dei giovani. Lo Stato riesce a farlo in modo più efficace".

State usando molto la Cassa depositi e prestiti. Torna lo stato imprenditore, torna l'Iri?
"Lo Stato oggi capisce e sfrutta meglio i meccanismi di mercato, specialmente in un periodo di uscita da una crisi profonda. Un esempio tipico è il meccanismo di turnaround, dove l'aiuto temporaneo dello Stato permette di riprendere l'investimento. Oggi i soldi pubblici sono strumenti per rilanciare la crescita: anche il piano Juncker in fondo è questo, il nuovo modo di concepire Stato e mercato. Sull'Iri vi tranquillizzo: non tornerà. Vogliamo progetti di lungo termine e profittevoli, vogliamo coinvolgere i privati per farli investire di più".