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Intervista a Fabrizio Pagani - Dai PIR capitali per le PMI

 20/10/2016

di Gianni Trovati

Il pacchetto sviluppo in arrivo con la manovra allarga l’orizzonte alle imprese medio-piccole, con l’obiettivo di canalizzare su di loro una quota di investimenti aggiuntivi attratti da un trattamento fiscale di favore. Lo strumento sono i Pir, i piani individuali di risparmio, l’obiettivo è di mobilitare nei prossimi tre anni 10-15 miliardi di nuovi investimenti da una platea doppia, popolata sia dagli investitori istituzionali sia dal mercato retail. «Cerchiamo - spiega Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministro Padoan - di canalizzare risparmio italiano su imprese italiane. Le nostre imprese hanno prodotti e mercati, sono bravi a innovare ma hanno due punti deboli: il capitale e la governance».

Il principio è semplice, e punta a bloccare le tasse sui guadagni ottenuti da chi investe sull’obiettivo prioritario di rafforzare il capitale delle Pmi. Le richieste del fisco si bloccheranno per chi mantiene l’investimento per almeno cinque anni, con un limite diversificato a seconda della tipologia di investitore: per i privati il tetto, nell’ultima bozza della legge di Bilancio in arrivo al Parlamento, è fissato a 30mila euro l’anno, e quindi raggiunge i 150mila euro nell’orizzonte quinquennale, mentre gli investitori istituzionali come i fondi pensione o le casse previdenziali possono dedicare all’investimento agevolato fino al 5% dei loro asset. In questo caso, si tratta di un tentativo più strutturato per convogliare i risparmi previdenziali delle categorie sugli investimenti nell’economia reale, un obiettivo che gli incentivi episodici messi in campo finora non sono riusciti a raggiungere davvero. Per entrare nel meccanismo, il fondo dovrà garantire l’etichetta del “made in Italy” sul proprio investimento, dedicando cioè alle aziende italiane almeno il 70% della liquidità raccolta, mentre l’ulteriore 30% resta libero per qualsiasi alternativa di asset allocation. Le aziende italiane oggetto di investimento, inoltre, non possono rientrare fra quelle quotate nell'indice Ftse Mib, perché il meccanismo è stato pensato per concentrare risorse sulle imprese medio-piccole finora lontane dai flussi di capitale degli investitori più liquidi. Il risultato sperato è di ridurre il bancocentrismo che caratterizza la finanza delle Pmi, aprendo nuovi canali di investimento.

«L’obiettivo - è l’ottica proposta da Pagani - è quello di aumentare la competitività delle nostre imprese, attraverso un percorso di riduzione della pressione fiscale avviato con le manovre precedenti. Non dimentichiamoci che dal 1° gennaio l’Ires scende al 24%, un livello che ormai ci colloca sotto la media europea. In questo modo il nostro Paese diventa ancora più attraente anche per investimenti stranieri». In termini dimensionali, i primi soggetti che saranno interessati da questo nuovo meccanismo di investimento sono i fondi pensione e le casse previdenziali, titolari di patrimoni importanti spesso congelati in impieghi con ricadute scarse sulle dinamiche dell’economia reale, ma in realtà nella prospettiva della nuova norma investitori istituzionali e retail si incrociano: le assicurazioni, per esempio, potranno predisporre polizze costruite in modo tale da rientrare nei parametri e sfruttare in pieno il beneficio fiscale.

Oltre ai capitali, la manovra prova ad attirare in Italia anche i loro titolari, magari alla ricerca di nuove destinazioni per evitare le ricadute dell’isolazionismo britannico sfociato nella Brexit. Lo fa prima di tutto con un nuovo regime di attrazione fiscale (anticipato sul Sole 24 Ore del 14 ottobre) ritagliato su misura per chi, titolare di redditi importanti, vive all’estero da almeno 10 anni e decide di spostare la residenza nel nostro Paese. Per loro è stata studiata un’imposta a forfait da 100mila euro, più 25mila per ogni familiare, per l’ingresso nel regime fiscale “speciale” e che si aggiunge ovviamente alla tassazione ordinaria per le entrate di origine italiana. In questo modo si evita però di applicare le aliquote di casa nostra a tutti i redditi, tagliando il conto in misura proporzionale alla quota di guadagni che ha origine oltre le Alpi. Per i «rimpatriati», cioè per i lavoratori (dipendenti o autonomi) o i titolari di imprese che in passato si sono spostati all’estero e che hanno deciso di ritornare, è già stata attivata una riduzione fiscale che abbatte l’imponibile del 30% per i primi cinque anni dal rientro. Per rendere più conveniente il meccanismo, la no tax area sarà estesa dal 2017 al 50% del reddito, mentre viene confermata la detassazione extra (90% del reddito) quando a rientrare è un ricercatore.

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