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Intervento del ministro Padoan al Convegno annuale di Confcommercio su tasse e spesa pubblica

 26/07/2017

Signor Presidente, signore e signori,
grazie per questa nuova occasione di confronto molto costruttivo su questioni importanti per il Paese, non solo per una parte di esso, sicuramente molto importanti per il governo. Inizio queste mie considerazioni a partire da alcuni temi che sono stati già sollevati, in particolare con la relazione iniziale molto interessante. A volte si ha la sensazione che quando si parla di finanza pubblica, di spesa e di imposte ci si trovi di fronte ad una distorsione più o meno voluta del dibattito. Il dibattito sulle tasse spesso risulta molto astratto e non aiuta a ricordare che il fisco svolge una funzione fondamentale: recupera risorse con le quali una parte della ricchezza prodotta viene impiegata per realizzare beni pubblici che aumentano l’inclusione dei cittadini nella comunità nazionale. L’avversione al fisco è legata a una pressione fiscale elevata – che certamente va ridotta – ma anche alla sensazione che le risorse non vengono impiegate bene e quindi non contribuiscono a migliorare la vita dei cittadini. Per migliorare il rapporto tra fisco e cittadini dobbiamo quindi intervenire su tre ordini di fattori:

  • Ridurre la pressione fiscale
  • Spendere meglio i soldi
  • Rendere più chiari e semplici sia gli adempimenti che i pagamenti e in genere il rapporto tra amministrazione tributaria e cittadini.

Passiamo al lato della spesa. Anche qui il dibattito è spesso male impostato, perché si confonde la revisione della spesa con la riduzione complessiva della spesa. Da quando faccio questo mestiere mi sono sentito ripeteree in molte forme e anche in diverse lingue che la spending review non esiste o non c’è mai stata. Sono profondamente in disaccordo. La dinamica della spesa è stata molto contenuta in Italia, durante gli anni della crisi, e anche di questo va dato atto alla relazione che lo ha menzionato, e questo ha contribuito a tenere i conti pubblici sotto controllo. Ma la revisione della spesa, riguarda un’azione dettagliata e specifica che persegue due obiettivi:

  • Rendere più efficiente la spesa, quindi spendere meno dove si può e ottenere servizi migliori
  • Riallocare le risorse risparmiate verso politiche che il Governo considera prioritarie. In particolare per il sostegno all’attività economica e al lavoro, nonché per la lotta contro la povertà e per favorire l’inclusione sociale.
  • Questi approcci sulle spese e sulle entrate hanno accompagnato l’azione del Governo sin dall’inizio, di questo governo e di quello precedente. Tasse e spese sono elementi fondamentali e accompagnano, e in parte spiegano, il sentiero della ripresa che abbiamo cominciato a percorrere dal 2014.

Outlook e prospettive

A partire dal 2014 l’economia italiana ha ritrovato una crescita positiva, che è andata via via rafforzandosi nel biennio successivo. Per il 2017 tutti i previsori stimano una crescita più sostenuta, oltre la sindrome dello “zerovirgola”. Lunedì scorso il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al rialzo le proprie previsioni di aprile, portandole da +0,8 a +1,3%. L’ufficio parlamentare di bilancio ha rivisto al rialzo le stime di crescita del secondo trimestre da +0,2 a +0,3%. Questo rafforzamento della crescita è anche il risultato di una azione di governo coerente, che si è dispiegata lungo un percorso stretto tra l’esigenza di sostenere la crescita e quella di ridurre il deficit di bilancio che alimenta il debito. Infatti l’altro effetto di questa azione è la stabilizzazione del debito in rapporto al PIL. Questo rapporto è aumentato di oltre 32 punti percentuali tra il 2007 e il 2014, a causa in gran parte della profonda recessione mentre negli ultimi due anni si è sostanzialmente stabilizzato, nonostante l’inflazione sia rimasta molto bassa. Naturalmente il debito va non solo stabilizzato ma va posto chiaramente su un sentiero di discesa. La ripresa che oggi registriamo è più graduale rispetto ai precedenti cicli economici, caratterizzati da oscillazioni forti in cui a ogni balzo in avanti seguivano repentini arretramenti, anche molto profondi. Ma questa ripresa ha tre caratteristiche positive:

  • È continua. Il 2017 sarà il quarto anno consecutivo di crescita positiva e in accelerazione.
  • Non è sostenuta da un deficit pubblico in espansione. Anzi, il deficit si è ridotto mediamente di un terzo di punto di PIL tra il 2014 e oggi, con gli effetti di stabilizzazione del debito che ho già richiamato.
  • Si accompagna a un incremento significativo dell’occupazione. Non siamo soddisfatti, perché la dinamica del lavoro continua e escludere i più giovani, e su questo ritornerò in conclusione. Tuttavia non possiamo non rilevare, oltre alla crescita degli occupati, anche la contrazione degli inattivi, del tasso di disoccupazione e del ricorso alla cassa integrazione: tutti segnali concordanti di un mercato del lavoro che migliora strutturalmente.

In questa sede non devo ovviamente ricordare anche che l’incremento del numero degli occupati ha un effetto anche sui consumi delle famiglie, che nel 2016 sono cresciuti dell’1,3%. I consumi delle famiglie hanno beneficiato anche di politiche specifiche, a cominciare dalla riduzione della pressione fiscale su alcune fasce di lavoratori a reddito più basso, ma l’aumento dell’occupazione è certamente il contributo migliore che il Governo possa dare al commercio. Questi risultati sono incoraggianti, ma siamo soltanto a metà strada. Molto resta ancora da fare, soprattutto approfittando della fase ciclica favorevole che stiamo attraversando, per trasformare la crescita dell’occupazione in costante e strutturale.

Migliorare il reddito potenziale sostenendo gli investimenti

Uno degli obiettivi strutturali che dobbiamo perseguire con maggiore decisione è l’incremento della produttività. Per conseguire questo obiettivo e migliorare il potenziale di crescita bisogna proseguire l’azione di sostegno agli investimenti pubblici e privati. Questa azione ha un doppio effetto: stimola la domanda nel breve periodo e rafforza l’offerta nel lungo. Per sostenere gli investimenti pubblici abbiamo introdotto misure di semplificazione, abbiamo migliorato il nuovo codice degli appalti – che in prima battuta ha provocato un effetto opposto, di rallentamento, come accade a volte con le riforme strutturali.
Abbiamo inoltre stanziato 47,5 miliardi di euro per investimenti da realizzarsi entro il 2030 secondo una procedura innovativa che ha l’obiettivo di semplificare la programmazione, la gestione e la realizzazione delle opere. La dinamica degli investimenti pubblici continua ad essere fortemente condizionata dai limiti della macchina pubblica. La pubblica amministrazione deve migliorare molto per diventare una leva abilitante di crescita del paese.
Buoni risultati anche nel breve termine stanno dando le misure a favore degli investimenti privati. Le misure introdotte hanno inciso profondamente sul business environment e sulla capacità di finanziamento e di crescita aziendale. È stato giustamente ricordato che siamo molto in basso nelle classifiche degli organismi internazionali in termini di ambiente per le imprese. Questo è vero anche se a volte i metodi di misurazione di questi indicatori, lasciatemelo dire visto il mio vecchio mestiere di economista, lasciano un po’ a desiderare, ma questa è una battuta. Molto resta ancora da fare per la creazione di nuovi canali diretti di finanziamento alle imprese ma le misure adottate hanno migliorato la governance e facilitato l’accesso al mercato dei capitali. La recente riforma dei Piani Individuali di Risparmio fornisce per la prima volta uno strumento che permette di canalizzare il risparmio privato direttamente verso l’economia reale italiana. Infine, la gestione delle crisi bancarie ha permesso di raggiungere un punto di svolta e d’ora in avanti ci aspettiamo un sostegno sempre più deciso da parte delle banche all’attività economica delle imprese, in parallelo con una accelerazione nella gestione efficiente delle sofferenze.

Qualità del taglio delle tasse e della spesa: la prospettiva qualitativa del sentiero stretto

Il sentiero stretto di cui abbiamo già parlato non è solo una questione di numeri e di rispetto dei saldi. Richiede anche un’attenta analisi della qualità della spesa e dell’effetto dei tagli di tasse sulla crescita, perché non tutte le riduzioni di tasse hanno gli stessi effetti. Sul fronte del sostegno alle entrate abbiamo dato la priorità all’incremento di gettito prodotto dal contrasto all’evasione fiscale. Su questo fronte, come sapete, la riforma del fisco realizzata nel 2015 ha permesso di cambiare radicalmente atteggiamento nel rapporto tra l’amministrazione e il contribuente, con effetti molto positivi anche in termini di gettito e in termini di reazione a quando si riceve una busta con i colori dell’Agenzia delle Entrate. Al tempo stesso abbiamo privilegiato tagli di tasse che non solo hanno permesso di ridurre complessivamente la pressione fiscale al 42,3 per cento nel 2016, dal 43,6 del 2013. Il dato contabilizza il bonus degli 80 euro come riduzione dell’imposta sul reddito. I tagli di tasse sono stati scelti soprattutto per gli effetti che hanno sulla domanda interna. Sui consumi, a partire dal taglio dell’Irpef ai redditi più bassi [gli 80 euro, appunto]. Sugli investimenti, attraverso la riduzione IRAP del 2015, il taglio su IMU e imbullonati nel 2016 e la riduzione dell’IRES nell’anno in corso, che hanno decisamente abbassato l’aliquota fiscale totale per le imprese.
Questi tagli di tasse sono stati finanziati con i risparmi permanenti individuati grazie alle misure di revisione della spesa dal 2014 ad oggi. Inclusi i provvedimenti della legge di bilancio 2017, gli effetti della revisione della spesa sono stati quantificati in circa 3,6 miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015, 25 miliardi nel 2016, 30 miliardi nel 2017 e 31 miliardi per il 2018.
Inoltre, con la recente riforma del bilancio, il processo di revisione della spesa cambia la sua prospettiva: da intervento eccezionale, diviene prassi ordinaria che impone a tutti i soggetti attivi della spesa pubblica una riconsiderazione annuale delle proprie strategie e dei costi sostenuti, nel rispetto dei vincoli e degli obiettivi del bilancio complessivo dello Stato.
In questo primo anno di introduzione di questa innovazione, abbiamo identificato un primo taglio strutturale alle spese dei ministeri per le politiche di competenza pari a 1 miliardo di euro. E vi anticipo che il ministero dell’economia e delle finanze è responsabile per più della metà di questi tagli. Il taglio non è lineare. Non solo perché è ripartito tra i ministeri secondo criteri precisi – e ricordo che il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha dato il buon esempio. Ma anche perché le spese relative a specifiche politiche prioritarie per il governo sono state escluse dai tagli. Le proposte di riduzione della spesa devono infatti escludere le spese considerate prioritarie dal governo: gli investimenti fissi lordi, le spese per affrontare le calamità naturali e gli eventi sismici, le spese per far fronte all’emergenza dell’immigrazione, le risorse destinate al contrasto della povertà.

Gli obiettivi della legge di bilancio

Ci stiamo così avviando verso la legge di bilancio per il 2018, che sarà impostata nel solco delle precedenti: sarà una legge che continua la discesa del deficit e genera saldo primario, con l’obiettivo di accelerare la discesa del rapporto debito/PIL. Dobbiamo passare dalla stabilizzazione del debito in relazione al prodotto, alla sua riduzione. La riduzione deve avvenire a una velocità tale da assicurarci che la spesa per interessi non sottragga risorse alle politiche prioritarie per il governo: quelle per la crescita e per l’inclusione sociale. Questo obiettivo diviene ancora più importante nella prospettiva di una progressiva riduzione del Quantitative Easing e della risalita dei tassi di interesse. In questi anni i governi hanno dimostrato di riuscire a conciliare le due esigenze, di consolidamento dei conti e di sostegno alla crescita. Per questa strategia è fondamentale un utilizzo molto oculato dei pochi margini di manovra disponibili. Mentre ci si concentra sui saldi e sull’entità delle variazioni dei saldi, si sottovaluta sovente che la qualità delle misure di bilancio è importante almeno quanto la dimensione delle stesse.
Gli interventi più urgenti sono quelli a favore dei giovani. Da economista, non mi dilungo nella retorica che ricorda quali siano i doveri che abbiamo verso le nuove generazioni. Piuttosto ricordo quale contributo le nuove generazioni possono dare all’economia e alla società. E quale spreco di capitale umano sarebbe se non mettessimo i giovani in grado di fare la propria parte.
Per sostenere la loro capacità di inserimento nel mercato del lavoro bisogna migliorare le condizioni per la formazione e la qualifica del capitale umano, migliorare le scuole e creare percorsi di istruzione e formazione di alto profilo.
Un meccanismo efficiente di formazione di capitale umano è fondamentale per lo sviluppo tecnologico che a sua volta è cruciale per affrontare la crescita.
L’indicatore Multi Factor Productivity calcolato dall’Ocse, che fornisce indicazioni sul livello di produttività dovuto ai fattori tecnologici, mostra per l’Italia una crescita dello 0,2% nel 2015 (0,3% nel 2014), rispetto allo 0,8% della Germania, all’1,2% del Regno Unito e allo 0,3% della Francia. Colmare il gap digitale e puntare a mutamenti del paradigma tecnologico per accrescere l’efficienza produttiva è ormai un percorso non più differibile se vogliamo assicurare allo stesso tempo aumento dei redditi e nuove e “migliori” occupazioni. Ai giovani ma non solo. L’innovazione è tuttavia un processo complesso, che produce benefici nella misura in cui è incorporato in nuovi investimenti. Da questo punto di vista, come già ricordato, hanno dato risultati incoraggianti le misure del Piano nazionale Industria 4.0 utili a favorire l’adozione delle nuove tecnologie digitali e dell’automazione. È quindi opportuno rafforzare il sostegno agli investimenti e all’innovazione, privilegiando quelle misure che hanno già dimostrato la loro efficacia. È necessario accompagnare queste innovazioni con interventi che possano favorire anche nel breve termine la creazione duratura di posti di lavoro e il miglioramento degli skills.
Le riforme varate negli ultimi due anni hanno già migliorato il contesto contrattuale di riferimento del mercato del lavoro, rimuovendo in modo permanente alcune rigidità preesistenti. Le riforme si sono inoltre mostrate efficaci nel fornire uno stimolo positivo al mercato del lavoro, in anni caratterizzati da un contesto congiunturale negativo. Risulta ora prioritario proseguire il percorso intrapreso al fine di determinare un cambiamento strutturale del mercato del lavoro, agendo contestualmente sulla riduzione del costo del lavoro e sul potenziamento della produttività delle imprese.
In questo contesto misure di decontribuzione selettive per i giovani rappresentano una leva importante. Affinché i miglioramenti del mercato del lavoro siano percepiti come strutturali dalle imprese, questi interventi dovranno essere permanenti.

Infine la crescita che vogliamo perseguire deve essere inclusiva, come hanno chiaramente riconosciuto il G7 a presidenza italiana e il vertice G20 in Germania.
Per stimolare una crescita inclusiva dobbiamo mettere al centro della prossima legge di bilancio anche misure e risorse per il rafforzamento della coesione sociale e della lotta alla povertà. Il reddito di inclusione e il sostegno all’occupazione giovanile saranno gli obiettivi prioritari delle scelte economiche del Governo.
Grazie per l’attenzione

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