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Intervento del Ministro Franco al Forum Ambrosetti

05/09/2021

Grazie Dottor Tamburini.

Aggiungerò qualche riflessione conclusiva a integrazione di quanto hanno detto i miei colleghi Ministri.

Il tema su cui vorrei concentrarmi è la crescita della nostra economia nel medio e lungo periodo, che è il problema economico più importante per il nostro Paese.

Come è già stato detto, la ripresa della nostra attività economica è intensa.

Dopo il primo semestre l’aumento del PIL acquisito per il 2021 è pari al 4,7 per cento.

I risultati del trimestre in corso saranno molto probabilmente ancora positivi.

L’Ufficio Parlamentare di Bilancio prevede una crescita annua pari al 5,8 per cento. Non si può escludere un valore leggermente superiore.

Si tratta di dati molto incoraggianti e molto importanti: dietro ogni decimo di PIL vi sono imprese e posti di lavoro.

Allo stesso tempo è importante rammentare che si tratta di un recupero che segue la perdita di prodotto più profonda del periodo post-bellico.

È ovviamente bene che la ripresa sia molto rapida, ma dobbiamo avere a mente che la sfida più importante e difficile viene dopo il “rimbalzo”: dobbiamo rafforzare in modo strutturale la nostra capacità di crescere e di creare occupazione.

Lo dovremo fare nel contesto post-Covid e secondo i nuovi canoni climatici, che condizioneranno in modo pervasivo l’attività economica.

Questo è il vero test per la politica economica del Governo e più in generale per il nostro Paese. Per certi aspetti è anche il test per il successo del Next Generation EU.

Conosciamo tutti la situazione di partenza.

Da un quarto di secolo cresciamo poco. Il PIL pro capite italiano che nel 1995 era di 9 punti superiore a quello medio dell’area dell’euro, nel 2019 era inferiore di 10 punti.

Questo ha determinato, tra le tante cose negative, un flusso costante e rilevante di emigrazione di molti giovani in cerca di retribuzioni e prospettive migliori. Perdiamo capitale umano qualificato.

Cambiare passo rispetto a questa tendenza è il vero nodo della politica economica del nostro Paese. Ne parliamo da anni, con esiti alterni.

L’elemento nuovo è il PNRR, che è una leva importante per uscire da questa situazione di stallo.

Dobbiamo essere consapevoli che la sua attuazione richiede un forte impegno di tutte le amministrazioni – centrali, regionali e locali. Redigere il piano non è stato facile, ma realizzarlo sarà senz’altro più difficile.

Il PNRR muove da una visione di insieme dei problemi di crescita del Paese, che cerca di affrontare con un insieme coerente di investimenti e riforme di struttura.

Dobbiamo anche essere consapevoli che il Piano non basta: dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti di politica economica a nostra disposizione e lavorare su un orizzonte temporale più esteso di quello del Piano.

La traiettoria della crescita economica di lungo periodo di un paese dipende da tre elementi: occupazione, dotazione di capitale – fisico e umano – e produttività.

Dobbiamo migliorare nettamente la nostra performance in tutte e tre le dimensioni.

Lavoro, dotazione di capitale e produttività rappresentano le chiavi di lettura di quello che collettivamente, come Governo, stiamo cercando di fare.

Cominciamo dal lavoro.

Alla fine del 2019 il tasso di occupazione della popolazione tra 20 e 64 anni in Italia era pari al 63 per cento, contro il 72 per cento della Francia, il 77 della Gran Bretagna e l’81 della Germania. Sono divari enormi.

Il tasso di occupazione è particolarmente basso per i giovani (39 per cento nella fascia 18-29), per le donne (54 per cento) e nelle regioni meridionali (48,5 per cento).

I giovani che non studiano né sono occupati sono tre milioni, quasi un quarto dell’intera generazione tra i 15 e i 34 anni. È la quota più alta tra i paesi dell’Unione europea.

Sull’azione di governo nell’ambito del lavoro ha già detto il Ministro Orlando; sottoscrivo tutto quello che ha detto sulle politiche attive e sul welfare.

Un’osservazione che aggiungo è che la riforma fiscale deve mirare innanzi tutto a disegnare un carico fiscale più favorevole ai fattori di produzione, in particolare al lavoro. L’intervento sull’Irpef e sul cuneo fiscale saranno gli elementi centrali della riforma del sistema fiscale.

È anche indispensabile che le imprese crescano di dimensione e si collochino su segmenti di mercato a valore aggiunto e contenuto tecnologico elevati, così da conseguire due obiettivi.

Da un lato, è importante potenziare la loro domanda di lavoro qualificato – noi abbiamo relativamente pochi laureati ma una parte significativa di questi va all’estero e questo è un paradosso a cui è necessario porre rimedio. Dall’altro lato, è importante che le imprese possano permettersi di aumentare la loro capacità di retribuire i dipendenti.

Queste possibilità dipendono anche dalla dimensione di impresa. Le politiche pubbliche debbano facilitare il processo di aumento delle dimensioni aziendali. È un tema molto complesso, da approfondire in altra sede.

L’aumento dei tassi di occupazione è reso ancora più urgente dall’evoluzione demografica italiana, un tema che è stato sollevato spesso oggi. La contrazione della popolazione in età lavorativa che si verificherà nei prossimi decenni è difficilmente compatibile con una dinamica di crescita sostenuta.

Occorre agire su due profili temporali. Da un lato modificare questa tendenza, con politiche che favoriscano la natalità. Il

potenziamento delle scuole per l’infanzia, previsto dal Piano, e l’assegno unico per le famiglie vanno in questa direzione. Ovviamente, gli effetti sul mercato del lavoro si vedranno tra non meno di 20 anni.

Nell’immediato, quindi, occorre cercare di allargare quanto più possibile la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare dei giovani, delle donne (che hanno un tasso di occupazione di 20 punti percentuali inferiore a quello degli uomini) e nelle regioni meridionali.

Il secondo fattore chiave per la crescita di lungo periodo sono gli investimenti, in capitale fisico e capitale umano. Investiamo poco in entrambi.

Cominciamo da quelli in capitale fisico. Gli investimenti complessivi, in rapporto al PIL, in Italia sono relativamente bassi: nel 2019 pari al 18,0 per cento, a fronte di una media del 22,2 nell’area dell’euro. Sono basse sia la quota pubblica che quella privata.

Da alcuni anni la politica economica sostiene gli investimenti con interventi di ampio respiro: ricordo industria 4.0 sul lato privato e i fondi di bilancio quindicennali introdotti dal 2016 sul lato pubblico (che hanno finora stanziato quasi 200 miliardi fino al 2035).

Gli ultimi dati congiunturali sono confortanti. Quest’anno gli investimenti fissi lordi potrebbero aumentare del 15 per cento, più che compensando la flessione del 2020 e salendo a quasi il 20 per cento del PIL.

È importante che questo processo continui. Senza una accelerazione duratura nei piani di investimento di medio e lungo periodo, rischiamo tuttavia di non colmare il ritardo accumulato negli ultimi decenni.

Sul lato pubblico, agli interventi ordinari si aggiunge ora il PNRR. Nel complesso, il Piano e il Fondo nazionale complementare stanziano 222 miliardi da impiegare in poco più di cinque anni. Sostanzialmente, si prevede il raddoppio dei volumi di investimenti fissi realizzati dalle Amministrazioni Pubbliche negli ultimi anni.

È importante che cresca anche la componente privata degli investimenti. Questi saranno sostenuti dal Piano, attraverso incentivi diretti e le esternalità positive dell’accumulazione di capitale pubblico. Il Piano non è tuttavia sufficiente per colmare il ritardo negli investimenti privati: il ruolo dell’iniziativa e del risparmio privati resta pertanto fondamentale.

Ricordo che rispetto a 10 anni fa le imprese italiane hanno significativamente rafforzato la loro struttura finanziaria.

I massicci interventi di sostegno al credito e alla liquidità hanno scongiurato che temporanee crisi di illiquidità si trasformassero in perduranti fenomeni di insolvenza.

Anche per effetto di queste misure, le imprese dispongono di ampie risorse liquide: nel corso di un anno e mezzo (dalla fine del 2019 alla fine di giugno di quest’anno), i depositi delle imprese presso il sistema bancario sono aumentati di oltre 100 miliardi.

Perché queste condizioni attivino un processo stabile di aumento degli investimenti servono un clima di fiducia positivo sulle prospettive del Paese, una tassazione favorevole al sistema produttivo, un assetto regolamentare adeguato.

L’altro nodo chiave dell’investimento è quello nel capitale umano.

Come sappiamo, l’Italia mostra risultati inadeguati, sia in termini di quantità che di qualità di istruzione.

Sulle modalità di intervento per affrontare queste carenze ha già detto il Ministro Bianchi. Il Piano potrà certamente dare un contributo rilevante.

L’altro aspetto che riguarda la dotazione di capitale umano è l’investimento in ricerca e sviluppo.

Nel 2019 le spese in ricerca e sviluppo, pubbliche e private, nel nostro paese erano pari all’1,4 per cento del PIL contro una media OCSE del 2,5 per cento.

Diverse iniziative del Piano mirano a sostenere la ricerca e favorire la sua integrazione con il sistema produttivo. Riguardano sia la ricerca di base che quella applicata, i centri di ricerca e trasferimento tecnologico e la partecipazione delle imprese italiane ai grandi progetti innovativi europei.

Ricordo che al di fuori del Piano è stato recentemente istituito il Fondo italiano per la Scienza. Le sue risorse saranno assegnate sulla base di procedure competitive secondo modalità consolidate a livello europeo.

Ricordo anche il credito d’imposta, nella misura del 20 per cento dei costi sostenuti, fino a 20 milioni annui, dal 2021 al 2030, per promuovere la ricerca e lo sviluppo di farmaci innovativi.

Dobbiamo continuare su questa strada di rafforzamento della ricerca pubblica e privata.

La durata degli interventi è cruciale: interventi anche molto generosi ma di breve durata non possono in genere incidere sulle strategie delle imprese.

L’azione dell’operatore pubblico, attraverso università, centri di ricerca, sostegno ai giovani ricercatori, è essenziale, ma non può bastare. Anche qui l’apporto del settore privato è fondamentale e anche qui la dimensione di impresa è una variabile chiave.

Il terzo elemento che determina la crescita di lungo periodo è la produttività.

Il nostro Paese soffre di un sostanziale ristagno della produttività da oltre 25 anni: dal 1995 il prodotto per ora lavorata è cresciuto di appena il 7 per cento, contro il 26 per cento dell’area dell’euro. È un divario enorme che riguarda soprattutto il settore dei servizi.

La lista dei fattori che frenano lo sviluppo di queste capacità è lunga: si tratta di caratteristiche riguardanti la composizione e struttura del sistema produttivo e di fattori esterni, relativi al funzionamento dei mercati e all’efficienza delle istituzioni, come la regolamentazione, la giustizia e la pubblica amministrazione.

Questi ambiti sono quelli su cui si concentrano gli interventi di riforma legati al PNRR, con la riforma della giustizia, della pubblica amministrazione e le semplificazioni. Di questo hanno già parlato la Ministra Cartabia e il Ministro Brunetta.

Aggiungo che il Governo interverrà inoltre sulla concorrenza e sul fisco.

Negli ultimi 6 mesi, l’azione del Governo si è concentrata, da un lato, sulla gestione dell’emergenza pandemica dal punto di vista sanitario ed economico – con i due decreti del 2021 che prevedevano misure per importi complessivamente pari a 70 miliardi, oltre il 4 per cento del PIL – e, dall’altro, sulla definizione e l’avvio del PNRR, comprese le riforme di cui ho detto prima.

Adesso l’enfasi via via crescente è instradare l’economia su un sentiero di crescita strutturalmente più alto.

È una sfida ambiziosa. La lunga stagnazione della nostra economia è il prodotto di fenomeni complessi, di debolezze strutturali e ritardi accumulati nel corso di decenni. Se ne parla da anni. Vari governi hanno cercato di affrontarla. Non ci sono, evidentemente, bacchette magiche, non ci sono scorciatoie.

Questo obiettivo richiede una piena e rapida attuazione del Piano e, più in generale, un’azione di politica economica che sappia incidere in modo deciso sull’occupazione, sulla dotazione di capitale, fisico e umano, e sulla produttività. Queste tre dimensioni sono fortemente collegate tra loro.

Rispetto a ogni intervento di politica economica, dobbiamo domandarci se potrà produrre benefici tangibili sull’Italia del 2025, del 2030, del 2050.

Non solo non basta il Piano, ma non basta ciò che fa il Governo: per rendere più dinamico un paese con 60 milioni di abitanti serve uno sforzo corale. Le imprese devono dare un contributo importante.

Da ultimo il debito pubblico.

La politica di bilancio quest’anno è espansiva. Essa sosterrà la crescita anche l’anno prossimo. Superata la crisi, il debito pubblico andrà progressivamente ridotto. La crescita sarà fondamentale anche da questo punto di vista. Dobbiamo agire sia sul numeratore che sul denominatore del rapporto debito/PIL. Sul lato della crescita sono importanti la qualità delle politiche pubbliche, la componente investimenti, la qualità della spesa.

I segnali sono incoraggianti. Quest’anno l’indebitamento netto e il rapporto debito/PIL dovrebbero risultare inferiori ai valori indicati nel DEF. Nel 2022 il rapporto debito/PIL scenderà al di sotto del livello del 2020 ed entro la fine del decennio dovrebbe convergere verso il livello precedente la crisi pandemica.

Il nostro debito pubblico è pienamente sostenibile.

Il costo medio, 2,4 per cento nel 2020, è ai minimi storici ed è previsto scendere ancora nei prossimi anni. Nel contempo, il tasso di crescita del PIL salirà su un livello superiore a quello medio del decennio scorso, grazie anche agli investimenti e alle riforme del Piano.

Nelle nostre previsioni, il livello del PIL nel 2026 dovrebbe essere di circa 3 punti e mezzo più elevato di quello che avremmo avuto senza il Piano. Queste stime vanno prese con cautela, ovviamente.

L’aumento del PIL deriverebbe da un aumento del 10 per cento degli investimenti e da un aumento del 2 per cento dei consumi.

A ciò dovrà associarsi una politica di bilancio prudente, che consegua gradualmente i surplus primari registrati negli scorsi anni.

La riduzione del debito libererà risorse per altri utilizzi, ridurrà la pressione sullo spread consentendoci di indebitarci a tassi più bassi e accrescerà l’autonomia della nostra politica economica. Un paese molto indebitato è meno autonomo di paesi con debiti più contenuti.

Grazie.

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