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73a Giornata del Risparmio

31/10/1997

31 Ottobre 1997
73a Giornata del Risparmio

L'immediato futuro si presenta, per gli intermediari finanziari e bancari, ricco di potenzialità e di sfide sul piano interno e internazionale. Oggi, giornata ricca di significato per il cittadino quale soggetto economico, si propongono in primo piano due temi fondamentali per l'evoluzione del nostro sistema finanziario: il tempo sempre più breve che ci separa dalla adozione dell'euro; lo sviluppo del mercato e del risparmio azionario.

È da quest'ultimo argomento che desidero iniziare.

La rapida, drammatica diffusione delle vibrazioni, che trovano origine nei mercati asiatici, impone una riflessione approfondita sull'esistenza o meno sul nostro mercato di fattori propagatori, di verifica della solidità degli impianti istituzionali.

Sul primo punto ho avuto già modo di esprimermi nei giorni scorsi: una lettura attenta dei fondamentali della nostra e delle altre economie più sviluppate, rivela, forse come non mai, una crescita equilibrata. Il sommovimento non trova in Italia fattori interni che lo alimentino, che ne possano amplificare la portata. I fondamentali dell'economia italiana sono saldi. Lo confermano i dati più recenti che indicano un'economia sana, ancorata a una base di stabilità e di potenzialità di sviluppo.

Su ciò che il Governo sta facendo per accrescere istituzionalmente la solidità e la competitività del nostro mercato, del nostro sistema finanziario, desidero ora dar conto.

Il mercato e il risparmio azionario
Negli ultimi tre anni, il mercato azionario ha conosciuto uno sviluppo che ha portato la capitalizzazione di borsa da 173 a 386 mila miliardi, il volume delle transazioni giornaliere da 754 a 1.130 miliardi, il loro peso annuo sul PIL dall'11,5 al 21 per cento. Siamo ancora ben lontani dal valore medio europeo, pari al 56 per cento, ma è importante che il distacco tenda a ridursi.

A questo sviluppo il Tesoro ha dato un contributo fondamentale con le privatizzazioni. Riferendosi soltanto a quelle di proprietà diretta, esse hanno portato in Borsa, negli ultimi tre anni, attività per circa 66 mila miliardi. La recente privatizzazione della Telecom, con le sue dimensioni senza precedenti dal lato dell'offerta e della domanda, corona il successo della scelta fatta a favore del mercato e della concorrenza.

A questo sviluppo hanno contribuito fattori irreversibili di carattere sia macroeconomico sia istituzionale.

Il risanamento dei conti pubblici sta liberando le risorse di un Paese che, quinto per dimensioni industriali, è anche fra i primi nel mondo per il risparmio dei suoi cittadini. Negli ultimi quindici anni questo risparmio aveva trovato nell'offerta assorbente di debito pubblico impiego massiccio ma lontano dalla economia produttiva. Ora queste risorse sono in parte crescente a disposizione della capacità di iniziativa di chi vuole intraprendere: il canale sarà costituito in misura crescente dal mercato azionario.

Operano, d'altro canto, a favore di tale evoluzione fattori istituzionali.

Le barriere che in passato proteggevano l'attività di raccolta e di canalizzazione del risparmio nazionale sono cadute in modo definitivo con il consolidarsi del processo di integrazione europea e, più in generale, con la concorrenza globale dei mercati finanziari.

Le modalità di tutela del risparmio, affidate con la Legge bancaria del 1936 quasi per intero a un sistema di banche pubbliche, e in misura minore alla normativa fondamentalmente pubblicistica che regolava gli scambi di borsa, sono mutate:
- con l'entrata in vigore del Testo Unico sulle banche, che affermando in modo definitivo la natura imprenditoriale dell'attività bancaria e eliminando le specializzazioni funzionali, ha impresso un forte impulso concorrenziale al sistema bancario;
- con il DL 415 che ha privatizzato la borsa, affidandola all'autogestione degli operatori;
- con la privatizzazione di gran parte delle banche pubbliche.

La rapida crescita del risparmio azionario e il contemporaneo venir meno delle tradizionali forme di garanzie di tutela del risparmiatore richiedono un sostegno istituzionale a livello di governo, un mutamento nei comportamenti degli operatori.

La trasformazione dei mercati mobiliari da strutture pubbliche a imprese completa in modo significativo i mutamenti in atto: si tratta di un passo che modifica assetti rimasti in vigore lungo tutto il secolo.

Il venir meno con l'introduzione dell'euro della segmentazione generata dalle differenze di valuta sollecita i nuovi azionisti della società di borsa - le banche - a valorizzare il principale vantaggio competitivo di una borsa nazionale: le informazioni sulle imprese - quotate e quotande - e sui mercati in cui operano. A questa capacità di valorizzazione è legata l'effettiva possibilità di affermazione, al limite di sopravvivenza, delle borse nazionali.

La riforma del "governo societario"
Il sistema di governo societario, impostato prevalentemente sulla proprietà pubblica o sulle relazioni familiari, fiduciarie e di coalizione ha prevalso nella storia economica del nostro Paese: ha prodotto in passato risultati positivi sullo sviluppo industriale; da tempo mostra i suoi limiti.

Le imprese pubbliche sono state spesso caricate di compiti impropri; per molti anni la loro gestione è stata sottratta alla verifica piena del mercato. Questa consapevolezza ha spinto il legislatore nel '92 a trasformarle in società per azioni, ad affidarne la proprietà al Tesoro con il mandato di procedere alla loro privatizzazione.

L'assetto basato su relazioni familiari, fiduciarie e di coalizione, essendo per sua natura limitato a un numero circoscritto di soggetti, presenta un limite oggettivo alla crescita dimensionale delle imprese.

Le strutture di gruppo, sorte sulla base dei due assetti societari sopra indicati, pur consentendo crescite dimensionali, hanno posto seri problemi di tutela degli azionisti di minoranza ed hanno esasperato il problema del conflitto di interessi. Se a ciò si aggiunge l'inadeguatezza dei livelli e della qualità dell'informazione al pubblico sulle strutture di gruppo, si comprendono i limiti incontrati nella raccolta di capitale esterno: nel 1993 la capacità moltiplicativa delle risorse finanziarie nei gruppi italiani era pari a circa otto volte il capitale impiegato, molto minore di quanto è dato riscontrare nelle public companies dei maggiori paesi industriali dell'Occidente.

In tale contesto la stesura di una nuova carta dei diritti all'interno dell'impresa costituisce il necessario completamento della riforma degli intermediari e dei mercati, realizzate con il Testo Unico bancario e con il decreto Eurosim.

Non a caso il mandato conferito al legislatore delegato per la riforma delle regole di "governo societario" è collegato alla definitiva sistemazione di un testo unico delle regole concernenti intermediari e mercati. Quel mandato aggiunge che l'introduzione di nuove regole per le società emittenti titoli sui mercati regolamentati deve avvenire "secondo criteri che rafforzino la tutela del risparmio e degli azionisti di minoranza".

L'indicazione della legge spinge a superare ogni schematismo, a rifiutare modelli precostituiti, a costruire un ordinamento competitivo sul piano internazionale. Nell'epoca della finanza globale non ha senso schierarsi a favore o contro modelli predeterminati, quando tutte le forme societarie si stanno evolvendo verso ibridi diversi dalle configurazioni originarie.

Le nuove regole di governo societario dovranno accogliere i principi di concorrenza, trasparenza e semplificazione che hanno ispirato il decreto Eurosim. La riforma degli intermediari e dei mercati e quella delle società quotate costituiscono momenti di un unico processo di regolamentazione, di un unico disegno: che è quello di predisporre tutte le condizioni per lo sviluppo sia della domanda sia dell'offerta d'investimento in capitale di rischio.

Sul piano della normativa, un ruolo fondamentale avrà il grado di inderogabilità della disciplina da introdurre. L'ancora scarsa competitività ed efficienza dei mercati, nonché la stessa struttura attuale della proprietà richiedono imperatività della normativa per taluni istituti, quali quelli ritenuti imprescindibili per la tutela delle minoranze; per altri sarà opportuno consentire alle singole società di valutare se le regole generali siano adeguate alle proprie specifiche esigenze e dimensioni, e quindi, di decidere, entro i limiti di volta in volta previsti, se sostenere i costi che i singoli istituti impongono.

Da tempo sono state avanzate ipotesi di riforma del funzionamento degli organi societari e in particolare del Collegio Sindacale quale strumento di controllo interno di tutti i soci, e con competenze in materia di controllo contabile diverse da quelle delle società di revisione. Per il Consiglio di amministrazione appare opportuna una più analitica disciplina della sua organizzazione e del suo funzionamento.

Occorre inoltre predisporre gli strumenti idonei ad assicurare un maggiore e più consapevole coinvolgimento assembleare degli azionisti e a rendere effettiva la tutela di quelli di minoranza. Lungo le linee di analogo progetto all'attenzione della Commissione Finanze della Camera dei Deputati, si dovrà prevedere il superamento degli angusti limiti soggettivi e quantitativi previsti dall'art. 2372 c.c. per la delegabilità del diritto di voto, assicurando procedure di raccolta trasparente delle deleghe.

La riforma del governo societario, infine, non potrà non riguardare il tema dei patti parasociali e delle offerte pubbliche d'acquisto. Le opinioni prevalenti tendono a subordinare l'efficacia dei patti a una piena informazione nei confronti dell'Autorità di vigilanza e del pubblico; a introdurre un limite temporale alla validità degli accordi, prevedendo per quelli a tempo indeterminato la facoltà di recesso.

La disciplina vigente in tema di OPA presenta lacune che l'autorità di vigilanza e la giurisprudenza amministrativa hanno tentato di colmare con interpretazioni e pronunciamenti che sono stati spesso criticati per gli ampi margini di opinabilità in essi insiti. Esiste ampio consenso sul fatto che la modifica della normativa in oggetto debba condurre a una riduzione del numero delle ipotesi di OPA obbligatoria e a una semplificazione della relativa disciplina, anche attraverso il rinvio alla normativa secondaria.

Ho voluto accennare ad alcune delle maggiori tematiche che stanno emergendo nella predisposizione del decreto delegato in tema di diritto societario. Il dibattito dovrà essere pubblico e ampio, dovrà coinvolgere in particolare tutti coloro, istituzioni private e pubbliche, associazioni di categoria, operatori, che su queste regole modelleranno la loro attività operativa.

L'adozione dell'Euro: implicazioni e risposte operative nel sistema finanziario
Alla profonda trasformazione del nostro sistema finanziario darà un impulso determinante l'imminente istituzione dell'Unione Monetaria Europea. L'introduzione dell'euro darà vita al più grande mercato finanziario interno del mondo. Quanto più ampio sarà il numero dei paesi che soddisferà i requisiti del Trattato, tanto maggiori saranno i benefici derivanti dall'Unione Monetaria.

Alla fine del '95 il valore di mercato dei titoli obbligazionari, azionari e attività bancarie emessi nell'Unione Europea ammontava a più di 27 miliardi di dollari, pari a circa il 94 per cento del prodotto mondiale. Il valore dell'attività finanziaria nel mercato Nord-Americano ammontava a circa 25 miliardi di dollari.

A fronte di un tale allargamento della dimensione si avrà una crescita della liquidità e dello spessore dei mercati. Potranno ancora sussistere differenziali dei tassi di interesse dovuti alle diversità dei rischi di credito, dei regimi di tassazione, del grado di liquidità, ma complessivamente il grande mercato europeo porterà a una classe di titoli omogenea. Non è fuori luogo pensare in un futuro non lontano a un'unica curva dei rendimenti di riferimento, a un solo contratto "futuro" per i titoli pubblici.

I comportamenti cambieranno: la frontiera tenderà a spostarsi dalla raccolta bancaria a quella tramite titoli; gli investitori istituzionali sposteranno i propri portafogli dalle attività espresse in valuta nazionale verso quelle denominate in euro; il mercato degli "euro-repo" competerà con i depositi bancari nazionali a breve termine, soprattutto quando la Banca Centrale Europea inizierà a operare utilizzando come collaterale una vasta gamma di titoli pubblici.

In altre occasioni ho sottolineato la necessità di un rapido cambiamento strutturale per il sistema bancario italiano: per competere, per sopravvivere.

Alle nuove spinte concorrenziali le banche europee, quelle italiane in particolare, dovranno reagire aumentando la produttività, diminuendo i costi, esplorando nuove linee di prodotto, ricercando migliori condizioni di efficienza e di economicità attraverso fusioni e concentrazioni, mutando gli assetti proprietari da pubblici a privati, soprattutto quando i primi non garantiscano una capitalizzazione adeguata alle mutate circostanze operative.

Il sistema bancario italiano: mutamenti e prospettive
Le modifiche apportate al quadro regolamentare hanno prodotto, in tempi che le esigenze della società dell'economia avrebbero voluto più rapidi, innovazioni profonde nella morfologia del sistema bancario italiano, confinato e protetto troppo a lungo entro barriere nazionali; modellato nella struttura, negli assetti patrimoniali, nella gestione a principi che ne limitavano la concorrenza.

Nei dati degli ultimi anni si possono leggere i segni di questa laboriosa evoluzione avviata nella prima parte degli anni ottanta.

Dei 140 enti creditizi pubblici esistenti a fine 1990 ne resta uno solo nella forma giuridica originaria, a seguito dell'adozione generalizzata della forma di società per azioni. È in atto il superamento, anche negli assetti proprietari, della presenza pubblica nel settore del credito attraverso l'avvio di significative privatizzazioni: I'anno in corso ha visto la realizzazione di due operazioni di grande rilievo.

Nel periodo 1991-96 sono state attuate 161 operazioni di fusione e acquisizione di controllo tra banche diverse da quelle di credito cooperativo.

Si accrescono le dimensioni dei principali soggetti creditizi per poter significativamente competere nel nuovo contesto europeo; la somma di impieghi e depositi bancari per i primi dieci gruppi si è innalzata dal 40 al 50 per cento del totale negli ultimi tre anni.

L'apertura alla concorrenza e all'integrazione internazionale non poteva non tradursi nella marginalizzazione delle aziende più deboli e nella loro espulsione dal mercato. Il processo è stato condotto in modo sostanzialmente ordinato dallo stesso sistema.

Certo non sono mancate crisi bancarie, peraltro non sconosciute - anche se altrimenti gestite - nel precedente periodo "protetto". Ma non si è trattato di un fenomeno solo italiano. In molti dei paesi avanzati (USA, Giappone, Francia, Paesi scandinavi), le crisi bancarie sono state di dimensioni sconosciute o non più sperimentate da decenni, anche per la concomitante presenza di prolungate condizioni di ristagno economico. In alcuni casi, hanno assunto o rischiato di assumere carattere sistemico, costringendo le autorità creditizie e monetarie a interventi di significativa portata.

Nell'ultimo anno sono state affrontate due gravi crisi interessanti il sistema creditizio nel Mezzogiorno. In ambedue i casi è stata superata la logica dell'emergenza. Le soluzioni adottate sono state informate a disegni volti a realizzare realtà nuove, a dotare quelle aree, economicamente deboli, di imprese finanziarie e creditizie solide, capaci di promuovere, assecondare e sostenere le necessarie iniziative di sviluppo.

Sta ora a tutti coloro - istituzioni e persone - che con il merito di aver concorso all'ideazione e alla conclusione delle soluzioni si sono assunte il compito di tradurle in realtà, operare con l'urgenza e il rigore che i tempi e le non facili condizioni obbiettive impongono. I progetti approntati sono validi; perché divengano produttivi occorre l'impegno pieno di tutti, istituzioni locali, parti sociali; in primo luogo di tutti coloro che in quelle aziende operano.

Le Autorità centrali hanno dato e continueranno a dare il loro apporto, con l'intendimento, per quanto riguarda la presenza del Tesoro nel patrimonio di alcuni di quegli istituti creditizi, di uscirne non appena la realizzazione dei progetti avviati avrà mostrato sicura affermazione.

Il complesso di questa opera di trasformazione del sistema creditizio nella forma giuridica, nella proprietà, nelle dimensioni aziendali, nella combinazione delle specializzazioni, ha bisogno di essere accompagnato da una non meno profonda revisione delle strutture interne, in termini di riorganizzazione aziendale, di arricchimento di capacità professionali, di contenimento dei costi.

L'apertura al mercato, la concorrenza sono strumenti positivi nella misura in cui si sia capaci di affrontare le sfide che esse impongono. Altrimenti si viene emarginati, si esce perdenti. Questo vale sia per le singole istituzioni sia per l'intero sistema. La riorganizzazione, la riduzione dei costi non sono iniziative da adottare solo in presenza di patologie aziendali; costituiscono un necessario presupposto per essere competitivi.

So di non dire cose nuove: mi inducono a ripeterle le lentezze, le remore che si riscontrano. Si ha l'impressione che non tutti avvertano i rischi che incombono. I tempi per provvedere si stanno facendo brevi.

Modi, dimensioni, caratteristiche degli interventi da compiere sono stati oggetto dei necessari approfondimenti. Ora è tempo di decidere, di provvedere: ulteriori ritardi provocheranno costi ben più pesanti di quelli che oggi appaiono necessari, possono divenire irrecuperabili.

Le fondazioni
Un anno fa, in questa occasione ricordai come separando i compiti dell'impresa bancaria da quelli dell'ente conferente azionista, la riforma del 1990 aveva consentito di scindere nelle banche pubbliche un connubio, divenuto improprio, fra l'anima pubblicistica e quella imprenditoriale.

Quella cesura ha eliminato l'ostacolo maggiore al processo di ristrutturazione, all'evoluzione di ambedue le componenti.

Le fondazioni, libere dalla gestione operativa dell'azienda bancaria, stanno riavvicinandosi alle collettività locali, rendendosi interpreti delle istanze dei corpi sociali.

Le aziende bancarie, stimolate dalle regole operative proprie dell'imprenditoria, hanno potuto avviare un faticoso cammino di riorganizzazione che comincia a dare i suoi frutti.

Il Governo, dopo aver promosso il rinnovamento, ne sta stimolando e assecondando la realizzazione.

Urge ora l'approvazione della legge delega sulle fondazioni. Il testo del disegno di legge, preparato dal Tesoro con il contributo di un gruppo di esperti, mira alla netta separazione tra le finalità bancarie, proprie delle società conferitarie, e le finalità sociali coerenti con la natura non profit delle fondazioni.

Gli emendamenti apportati nel dibattito parlamentare hanno confermato, con importanti miglioramenti, l'impostazione originaria; in particolare:

il riconoscimento alle fondazioni della natura giuridica privatistica e la piena autonomia statutaria e gestionale, che assicurano loro la possibilità di svolgere un ruolo rilevante nei settori di utilità sociale, con ampia libertà nelle scelte;

la definizione di precisi limiti all'intervento, anche indiretto, delle fondazioni in attività di impresa commerciale;

l'obbligo per le fondazioni di perseguire una redditività ottimale del patrimonio, per mantenerne integro il valore e assicurare così continuità alla propria opera.

Coerentemente con il rafforzamento della missione sociale delle fondazioni, il disegno di legge del Governo mira espressamente a incentivare la dismissione del loro controllo sulle banche conferitarie. Il processo di dismissione è già avviato. Alcune recenti operazioni hanno dimostrato l'appetibilità dei titoli bancari sul mercato, confermando la validità e la realizzabilità degli obbiettivi di privatizzazione.

Gli sviluppi in ambedue le direzioni, di affermazione delle fondazioni nel settore non profit e di rafforzamento delle banche già pubbliche nel sistema finanziario e creditizio, troveranno stimolo e accelerazione nel contenuto e nella tempistica delle agevolazioni fiscali.

Signor Presidente della Repubblica, signore e signori,

nel volgere di poco più di un anno il Paese ha compiuto un'opera di risanamento di dimensioni che, secondo l'opinione dei più, ci era preclusa in così breve spazio di tempo.

Le critiche, all'inizio quando l'obbiettivo Europa appariva di ben difficile raggiungimento, di insufficienza della manovra di finanza pubblica, ora, a risultati prossimi al successo, di scarsa attenzione alle esigenze di sviluppo, non solo sono fra di loro contraddittorie; sono vanificate dall'evidenza dei risultati.

I dati dell'abbattimento dell'inflazione, del dimezzamento dei tassi di interesse, della stabilità del cambio, della solidità dei conti con l'estero, dell'eccezionale riduzione del disavanzo pubblico attestano fatti incontrovertibili. Ad essi si aggiunge la realtà di una ripresa dell'attività economica che produrrà effetti positivi sull'occupazione anche se non sufficienti a creare nuovi posti di lavoro nella quantità desiderata.

Sono stati, sono, preoccupazione costante e dominante del Governo i costi, i danni economici e sociali di una disoccupazione elevata, dovuta soprattutto a condizioni strutturali, concentrata in aree del Paese che da decenni anelano a uscire da una condizione di basso sviluppo.

E anche in questi diciotto mesi non poco è stato fatto, non solo per spinta sociale, ma perché consapevoli che non vi era contraddizione fra il perseguire il risanamento delle pubbliche finanze e l'accelerare nelle aree depresse l'uso di risorse, nazionali e comunitarie, disponibili ma non utilizzate per negligenze e ostacoli amministrativi; il far avanzare insieme con le infrastrutture materiali quell'opera di miglioramento delle condizioni di sicurezza, di rispetto delle norme di convivenza civile, non meno essenziali delle risorse finanziarie per far nascere in loco, o trapiantarvi, attività imprenditoriali.

Non quindi politica dei due tempi. Certo, ora, a risanamento pressoché compiuto, a congiuntura economica divenuta favorevole, l'impegno per le aree depresse, per l'occupazione, può, deve diventare più ampio nelle dimensioni.

La stessa nascita dell'euro è un elemento che favorisce politiche coordinate di sviluppo, elimina distorsioni nell'allocazione delle risorse, conduce alla determinazione di un tasso d'interesse coerente con il tasso di crescita dell'economia europea. Da oltre quindici anni, l'Europa sta perdendo competitività nel confronto con le altre grandi aree economiche del mondo. Ha visto crescere la disoccupazione senza interruzione, anche nelle fasi cicliche di ripresa. Sta vivendo un lungo periodo di insufficiente utilizzo del proprio potenziale produttivo.

A questo male oscuro hanno concorso ragioni congiunturali, fenomeni strutturali, tecnologici, demografici. La nascita dell'euro può costituire punto di svolta. Insieme, i paesi europei devono rilanciare, rinnovandolo, il modello europeo di sviluppo, rispettoso delle ragioni della coesione sociale, basato sul mercato come strumento di organizzazione razionale dell'economia. Per farlo debbono trovare in se stessi la forza di affrontare le cause delle proprie inefficienze, di introdurre innovazioni che accrescano l'elasticità nell'uso dei fattori della produzione, ne migliorino la qualità attraverso la formazione delle risorse umane e il rinnovo delle tecnologie.

Un anno fa, qui davanti a Voi, proposi per il nostro Paese un binomio: rigore, innovazione. Era la condizione per radicare definitivamente la cultura della stabilità, per dare sostanza al dettato costituzionale della tutela del risparmio.

La politica di rigore e di innovazione ha pagato. Le riforme che sono state avviate e in gran parte realizzate - fisco, pubblica amministrazione, bilancio dello Stato - hanno dimostrato che questo sforzo di risanamento non si ispirava a propositi di conservazione, ma di avanzamento e di progresso.

Per molti anni la partecipazione alle istituzioni europee, in particolare all'accordo di cambio del Sistema monetario europeo, è stata sentita soprattutto come un "vincolo esterno"; come una "frusta", non come occasione di progresso, di rinnovamento. Proprio per questo le correzioni verso i necessari equilibri economici erano parziali, limitate; non penetravano a fondo nel tessuto economico e sociale del Paese.

Il mutamento maggiore che abbiamo vissuto nel corso dell'ultimo anno sta proprio in questo: l'obbiettivo europeo è entrato nella società civile, ha risvegliato le coscienze. Proprio per questo gli effetti del risanamento sono profondi, duraturi. In pochi mesi sono stati dissolti molti dei dubbi che all'interno e all'estero venivano nutriti nei nostri confronti; è stato capovolto il giudizio di molti sulla fiducia che merita l'Italia.

Con questo successo abbiamo contribuito a correggere il corso degli eventi per l'intera Europa. Oggi nessuno parla più di un euro limitato a pochi Paesi; tutti concordano sul fatto che debba e possa nascere, grazie alla convergenza delle economie dell'Unione, un euro ampio, che ben rappresenti la forza e la varietà, che è ricchezza, dell'economia e della società europea in tutte le sue componenti: mitteleuropea, mediterranea, nordica.

Questo sentire l'Europa e il suo futuro trascende l'economia, diviene fattore civile e morale: influenza in modo determinante le stesse vicende politiche interne. L'euro ci sta cambiando; è il primo passo concreto di un'Europa che aspira a divenire anche politicamente unita. La stiamo costruendo insieme, con lo stesso spirito che animò i nostri padri nella costruzione dell'Italia unita.