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L’intervento del ministro Tria all’Assemblea dell’ABI

12/07/2019

A Palazzo Mezzanotte a Milano si è tenuta l’Assemblea dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) che quest’anno celebra i cento anni dalla sua fondazione. Questo è il testo dell’intervento pronunciato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria.

Sono onorato di tornare in questa Assemblea in occasione del centenario della Costituzione dell’Associazione Bancaria Italiana. Un anno fa ero qui a descrivere uno scenario significativamente diverso da quello attuale.

Sono infatti sfumati, di fronte alla realtà dei fatti e delle azioni, i dubbi che si erano immotivatamente diffusi circa la coerenza delle politiche del nuovo Governo con il quadro di regole europee e sulla ferma volontà del Governo di mantenere l’Italia nel ruolo che gli compete nel disegno di un’Europa più convergente, più competitiva e più attenta agli squilibri sociali e al conseguimento di una crescita inclusiva ed equilibrata.
Anche il quadro macroeconomico internazionale è profondamente mutato rispetto a un anno fa. La debolezza del commercio internazionale e i suoi riflessi sull’attività manifatturiera a livello globale hanno avuto un forte effetto non solo sulle esportazioni, ma anche sugli investimenti delle imprese. Questi risentono delle incertezze create da guerre commerciali e misure di restrizione delle importazioni, le cui conseguenze sono dirompenti per la crescita mondiale e per i singoli paesi, anche perché creano allarme sulla possibilità che si pongano restrizioni alle catene globali del valore che hanno rappresentato negli ultimi decenni il traino della crescita e degli incrementi di produttività a livello globale.

La reazione in chiave protezionistica agli squilibri delle bilance commerciali non tiene infatti conto della composizione e della struttura del processo di produzione a livello mondiale e all’interno dei singoli paesi che fa sì che gli input intermedi importati rappresentino oggi una quota rilevante delle esportazioni delle economie avanzate e di quelle emergenti.
L’economia mondiale è anche frenata dal fatto che, nonostante una abbondante disponibilità di fondi, gli investimenti in capitale fisso tendono a decrescere in tutto il mondo. Ciò si riflette in modo particolare nel divario a livello globale tra le necessità di investimenti infrastrutturali e la capacità della finanza contemporanea di convogliare capitali verso impieghi di medio e lungo termine.
Anche in Europa colpisce la difficoltà decisionale di varare riforme in direzione di un maggior supporto a programmi di investimento in un contesto di tassi di interesse eccezionalmente bassi e tali da non porre problemi di indebitamento.
Le proiezioni internazionali non indicano segnali recessivi, tuttavia sono crescenti le preoccupazioni su rischi di intonazione negativa ed è significativo l’accento posto dai principali organismi internazionali sulla necessità di coordinamento delle politiche economiche a sostegno della crescita. Anche in Europa le preoccupazioni sui rischi di stabilità finanziaria stanno cedendo il posto a quelle relative alla crescita.
La debolezza del commercio internazionale e dell’attività manifatturiera a livello globale è per l’Italia un fattore esogeno, che impatta sia sulle nostre esportazioni sia sui programmi di investimento delle imprese. Ad esso possiamo rispondere, e stiamo rispondendo, lungo due principali direttrici. Per quanto riguarda più strettamente il commercio, il Governo è orientato alla difesa e alla promozione del multilateralismo e degli accordi di libero scambio in tutte le sedi internazionali e, allo stesso tempo, al miglioramento dei rapporti bilaterali dell’Italia con i partner commerciali ed economici più importanti nelle diverse aree mondiali.
Per quanto riguarda gli investimenti, il Governo ha introdotto misure di sostegno alla crescita e alle opere pubbliche con i decreti ‘Crescita’ e ‘Sblocca cantieri’, unitamente ad altre misure di sistema per il rilancio degli investimenti pubblici. La ripresa di un trend positivo degli investimenti pubblici, oltre che alla disponibilità di risorse, è intimamente collegata alla capacità progettuale da sviluppare e rafforzare. Ritengo che il Governo debba continuare ad operare con costanza in questa direzione, in stretto contatto con i governi locali. Investimenti pubblici di qualità rappresentano la chiave per rafforzare la competitività e attrattività del sistema Italia.

Per tornare al quadro economico generale, tenendo conto del difficile contesto internazionale e dei segnali di forte inversione ciclica emersi nel corso del 2018, riteniamo che l’andamento dell’economia italiana da inizio anno sia stato nel complesso soddisfacente, perché ha dato segni di stabilizzazione. Riteniamo che la previsione di crescita del Documento di Economia e Finanza (DEF) per il 2019 (0,2 per cento per la crescita del PIL reale e 1,2 per cento per quella nominale) sia ancora valida, seppure permangano rischi al ribasso, connessi anche agli andamenti di alcuni principali partner europei, che potrebbero riverberarsi anche sul 2020, anno per cui la previsione di crescita reale è al momento dello 0,8 per cento.
L’attività dell’industria e delle costruzioni ha registrato un forte rimbalzo a inizio anno, ma ha poi perso slancio, sebbene gli ultimi dati appaiono non negativi. L’occupazione, invece, ha ripreso a crescere da febbraio in poi e nei primi cinque mesi dell’anno è risultata più alta rispetto allo stesso periodo del 2018.

Le prospettive macroeconomiche si inseriscono in un quadro di finanza pubblica orientato a ristabilire la fiducia tra gli operatori.
A partire dal maggio scorso, l’incertezza circa le prospettive inerenti il debito pubblico che si sono manifestate con l’allargamento dello spread hanno pesato sull’andamento dei consumi durevoli e degli investimenti. La situazione è sensibilmente migliorata quando, a fine 2018, abbiamo raggiunto un accordo con la Commissione Europea riguardo l’indebitamento netto del 2019 e, più recentemente, in corrispondenza di un nuovo pacchetto di misure e di revisioni al ribasso delle stime di deficit. Quest’ultimo accordo ha consentito di evitare la procedura per disavanzo eccessivo e, con essa, la richiesta di misure restrittive di politica di bilancio che sarebbero state controproducenti per l’economia.
Senza tagliare alcuna spesa programmata, con l’assestamento di bilancio 2019 abbiamo rafforzato la credibilità nazionale e la fiducia nel Paese.
Il differenziale di rendimento tra i BTP a 10 anni e quello degli analoghi titoli tedeschi ha registrato un significativo ridimensionamento.
A testimonianza della fiducia nella sostenibilità di lungo termine del nostro debito non posso non fare cenno all’accoglienza favorevole della recente emissione di BTP a 50 anni da parte di investitori esteri.
Questo significa che, promuovendo la crescita, è alla nostra portata ottenere un tasso di crescita del PIL nominale che converga rapidamente al decrescente tasso di interesse medio sul debito, con effetti virtuosi sulla riduzione del debito pubblico soprattutto in presenza di un sufficiente surplus primario.
Avendo conseguito questi importanti risultati, dobbiamo ora consolidarli per il 2020 e per gli anni seguenti. Dobbiamo rispondere alle risoluzioni con le quali il Parlamento, approvando il DEF, ha impegnato il Governo a conseguire gli obiettivi relativi ai saldi di finanza pubblica mediante misure alternative all’aumento della pressione fiscale. Abbiamo già indicato la revisione organica della spesa pubblica e delle spese fiscali come la via maestra per contenere il deficit e, con modalità da definire nei prossimi mesi, creare spazi fiscali per la riforma dell’imposizione sulle persone fisiche.
A tal fine sarà necessaria una gestione oculata della manovra di bilancio. La chiave per massimizzare l’impatto della riforma fiscale a cui si sta lavorando sull’economia e sull’occupazione è, infatti, la sua sostenibilità finanziaria, oltreché economica e sociale.
Un’altra direzione verso la quale non dovremo risparmiare sforzi è quella della ricerca di consenso per la modifica delle politiche europee. Come sosteniamo da tempo, il modello di crescita europeo deve essere maggiormente sostenuto dalla domanda interna. L’accumulazione di surplus da parte di alcuni paesi rischia di frenare la crescita europea dando luogo a tensioni commerciali e finanziarie. Ci adopereremo affinché le discussioni sul futuro dell’integrazione europea e la semplificazione delle regole fiscali riprendano con slancio e maggiore ambizione.

L’intento del Governo è quindi rimasto lo stesso di un anno fa: coniugare crescita economica, coesione sociale e sostenibilità finanziaria.
La particolare attenzione del Governo, già richiamata, per gli investimenti, le infrastrutture e le risorse umane è finalizzata inoltre ad incrementare il potenziale di crescita nel lungo termine.

Vorrei ora parlare del settore bancario, che negli ultimi anni ha portato avanti un profondo processo di consolidamento e rafforzamento, diventando più resiliente ed efficiente. Ne dà evidenza l’azione di riduzione degli stock di crediti deteriorati, che è senza precedenti.

Tra il 2016 e il 2018, le banche italiane hanno dismesso esposizioni deteriorate per 123 miliardi di euro, mentre il rapporto tra crediti deteriorati e crediti totali si è praticamente dimezzato. Il progressivo miglioramento dei bilanci bancari ha consentito di ristabilire maggiori flussi di credito verso l’economia reale, a beneficio di famiglie e imprese.

Credo sia fondamentale sottolineare un punto: questi risultati sono frutto anche della sinergia tra pubblico e privato, tra intervento governativo e azione degli operatori. Per ridurre le esposizioni deteriorate, determinante è stato lo schema di garanzia pubblica sulla cartolarizzazione di sofferenze (GACS), avviato nel 2016. Il Governo ha rinnovato lo schema introducendo novità volte ad incentivare una gestione appropriata da parte delle società che gestiscono i portafogli di crediti deteriorati e una valutazione attenta e prudente dei flussi di recupero attesi dalle operazioni realizzate.

La sinergia tra operatori privati e Governo si è dimostrata efficace anche ai fini del dibattito in sede europea, per la definizione della normativa di settore. Le istituzioni europee hanno recentemente approvato il c.d. “pacchetto bancario”, che ha previsto anche la revisione del regolamento sui requisiti di capitale delle banche. Questo processo ha consentito di raggiungere obiettivi importanti ai fini del sostegno dell’erogazione di credito bancario all’economia reale, grazie al coordinamento e alla cooperazione sistematica tra strutture del Dipartimento del Tesoro, autorità di Vigilanza e l’associazione delle banche. Tra i risultati principali ne voglio menzionare due. In primo luogo, il trattamento meno penalizzante, ai fini del calcolo dei requisiti patrimoniali, delle vendite massicce di crediti deteriorati operate dalle banche sin dall’inizio del 2016. In secondo luogo, l’ampliamento della portata applicativa del c.d. SME supporting factor, per i finanziamenti concessi alle piccole e medie imprese.

Il “pacchetto bancario” rappresenta una parte essenziale dell’architettura europea per la riduzione dei rischi derivanti dal sistema creditizio. Altrettanto rilevanti sono l’accordo relativo all’introduzione di livelli minimi obbligatori di svalutazione dei crediti deteriorati, sulla base della loro anzianità, e l’avvio di iniziative dirette a creare un mercato secondario per questa categoria di crediti.
L’insieme di queste misure ha effettivamente determinato una significativa riduzione dei rischi. Tuttavia, affinché la strategia europea risulti pienamente efficace, occorre che questa sia esplicitata in tutte le sue componenti. È quanto mai urgente e necessario dunque fare passi in avanti per il completamento dell’Unione bancaria, in particolare per quanto riguarda il sistema unico di assicurazione dei depositi (EDIS), su cui non si registrano progressi. Questo consentirebbe di rendere maggiormente coerenti le responsabilità di supervisione a livello sovranazionale e quelle di intervento ancora largamente concentrate a livello domestico. Mi sono espresso più volte, anche in questa stessa sede lo scorso anno, sulla necessità di coniugare il concetto di condivisione con quello di riduzione dei rischi. Non credo esistano valide alternative rispetto alla creazione di una infrastruttura europea che, nel condividere in maniera equilibrata strumenti di azione, poteri e responsabilità, consenta il fluido operare della disciplina di mercato, in un quadro armonizzato e condiviso di regole e opportunità. Un assetto del genere si configura quale primo e fondamentale presidio a tutela della stabilità finanziaria globale.

In una dimensione più ampia e generale, l’Unione bancaria – realizzata in tutte le sue parti - rappresenta una componente imprescindibile di un mercato dei capitali integrato e adeguatamente sviluppato a livello europeo, che offre una più ampia gamma di fonti di finanziamento e di risorse per le imprese e più opportunità per gli operatori.
In Italia, questo si traduce in una riduzione dell’eccessivo ricorso all’indebitamento bancario, che, durante la crisi, ha mostrato limiti e rischi tanto per le aziende quanto per gli intermediari. Per promuovere una maggiore diversificazione delle fonti di finanziamento, sono state introdotte una serie di misure fiscali e strutturali importanti, volte a sostenere nuovi canali per le piccole e medie imprese. Ad esempio, il DL Crescita ha introdotto la facoltà per il Fondo di Garanzia PMI di concedere garanzie in favore di soggetti che finanziano progetti tramite piattaforme di social lending o di crowdfunding. La legge di bilancio 2019 ha rafforzato il venture capital, per sostenere l’investimento nel capitale delle start-up, sia istituendo fondi pubblici sia ampliando la portata di strumenti già esistenti, come i Piani Individuali di Risparmio.
Il Governo, allo stesso tempo, è attivo nelle sedi europee per la definizione della Unione del Mercato dei Capitali e opera negli spazi di legislazione nazionale per fluidificare la connessione tra economia finanziaria ed economia reale.
Disegnando una policy di prospettiva, non è possibile prescindere dalle sfide che il settore bancario sta già affrontando adesso, determinate principalmente dall’integrazione tra tecnologia e servizi finanziari (c.d. Fintech).
In un contesto caratterizzato dalla rapida espansione del Fintech, le istituzioni hanno il compito di bilanciare gli obiettivi di inclusione e di promozione dell’innovazione e della concorrenza, con l’intento di preservare la stabilità finanziaria, l’integrità del mercato e la protezione dell’utente dei servizi finanziari. Questo richiede uno stretto coordinamento tra Amministrazioni diverse e autorità, a livello nazionale, europeo e globale. A questo scopo, nel 2018 il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha istituito un Comitato nazionale per il Coordinamento per il Fintech, al fine di assicurare una stretta collaborazione tra tutte le autorità coinvolte.
L’innovazione tecnologica, applicata al settore finanziario, è pervasiva. Per questo è necessaria una crescita delle competenze, della capacità di comprensione e di scelta dei prodotti finanziari, da parte di tutti i cittadini. Il Ministero dell’Economia è attivo nella promozione e nel coordinamento di iniziative utili a innalzare la conoscenza e le competenze finanziarie, assicurative e previdenziali.

In conclusione, vorrei rivolgere un ulteriore messaggio positivo e di fiducia verso la platea che oggi è qui riunita.

Il settore bancario italiano rappresenta un’infrastruttura portante del sistema finanziario del Paese e un elemento essenziale per lo sviluppo dell’economia reale.

Le riforme del settore degli ultimi anni hanno contribuito al superamento della crisi finanziaria, restituendo all’Italia un settore bancario più solido ed efficace.

Siamo quindi sulla buona strada: lo dimostrano la diminuzione di crediti deteriorati e il miglioramento della reddittività.

Occorre mantenere la rotta nella strategia applicata finora, che, se perseguita con convinzione, supporterà la crescita delle aziende e sosterrà il benessere delle famiglie, contribuendo al miglioramento delle condizioni macroeconomiche e sociali dell’Italia.

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