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Intervento del Ministro Padoan all’assemblea dell’Abi 2017

Wed Jul 12 16:39:00 CEST 2017

Signor Presidente, signor Governatore, signore e signori,
questa sede è la più opportuna per riflettere sui recenti sviluppi del settore bancario a partire dal contesto nel quale questi sviluppi hanno avuto luogo. Nel 2014 il Paese aveva alle spalle due anni di recessione, ma tra il 2001 e il 2013 in 13 anni abbiamo registrato per cinque volte una crescita tra l’1% e il 2%; per quattro anni una crescita tra lo 0 e l’1% e per altri quattro una recessione. A questo andamento dell’economia, che riflette il combinato disposto di ostacoli strutturali e dell’impatto della recessione, si è accompagnato un andamento volatile delle finanze pubbliche. Il deficit ha oscillato intorno al 3%, con sterzate verso l’1-1,5% da una parte, o verso il grave deterioramento oltre il 5% dall’altra. Dal 2007 al 2013, il debito è salito dal 100% al 130% del PIL.
Nel 2014 la struttura economica del paese risultava profondamente ferita dalla doppia recessione, del 2008-2009 e del 2012-2013, il Paese fronteggiava la duplice esigenza di aggiustare le finanze pubbliche per arrestare la salita del debito e al tempo stesso sostenere la ripresa dell’economia. Era necessario dare sostegno alle fasce più deboli della popolazione, incoraggiare le imprese e favorire la ripresa dei consumi. Al tempo stesso dovevano essere rassicurati i mercati internazionali e i partners europei.

Dal 2014 l’economia del Paese è in ripresa, le analisi dell’Istat mostrano che misure come il bonus Irpef, le quattordicesime ai pensionati e il reddito di inclusione hanno avuto l’effetto combinato di ridurre le disuguaglianze e la povertà. L’accelerazione della crescita si è accompagnata ad un bilancio pubblico in aggiustamento progressivo. Rimane chiaro che la crescita è la via maestra per ridurre il debito, frenarne la dinamica prima e invertirne l’andamento poi. Le imprese italiane stanno superando la crisi, sostenute dalla riduzione delle tasse sul lavoro e sui redditi e da una tassazione che promuove gli investimenti e l’innovazione. L’andamento del prodotto e del deficit e la stabilizzazione del debito in questi 4 anni sembrano indicare che la velocità del consolidamento tenuta nel periodo ha dato buoni risultati, pur nelle condizioni di contesto fra cui va ricordata una dinamica inflazionistica molto debole.

Traggo una prima implicazione di politica economica: tutto ciò suggerisce di continuare lungo la strada percorsa fin qui. Naturalmente il giudizio non deve tener conto solo della dimensione dell’andamento delle politiche di bilancio ma anche della loro composizione, della qualità delle misure. La revisione della spesa in questi anni è stata molto profonda, ha consentito di finanziare in modo strutturale misure espansive, la riduzione delle imposte ha dato spinta ai consumi e sostegno alle imprese, che hanno beneficiato anche di incentivi specifici per gli investimenti privati che sono in accelerazione. Molto resta da fare invece sugli investimenti pubblici la cui caduta è stata arrestata, anche perché le politiche di taglio orizzontale della spesa sono state sostituite da interventi selettivi e da uno sforzo per spingere gli operatori pubblici ad aumentare gli investimenti in infrastrutture. Resta un limite nella capacità di spendere, e di spendere bene, delle pubbliche amministrazioni. L’introduzione del nuovo codice degli appalti nel 2016 va nella direzione giusta, ma come molte riforme strutturali richiede un periodo di adattamento durante il quale i risultati possono momentaneamente peggiorare. I recenti interventi di perfezionamento del codice permettono di superare i problemi rilevati in fase di attuazione e ci aspettiamo per l’anno in corso una ripresa degli investimenti. Dobbiamo puntare con determinazione su questa leva, ma dobbiamo essere consapevoli che molto occorre fare per migliorare la capacità di progettazione di spesa delle pubbliche amministrazioni.

Una seconda implicazione di politica economica che traggo è che bisogna valutare con attenzione come utilizzare lo spazio fiscale, soprattutto quando questo è limitato. Non tutti i tagli di tasse hanno lo stesso impatto su crescita e occupazione. Gli investimenti pubblici sono cruciali ma la loro intensità non dipende solo dalle risorse a disposizione. Gli anni della doppia crisi, quelli dal 2008 al 2013, cambiano profondamente anche il contesto in cui operano gli intermediari finanziari, in particolare diviene evidente l’effetto della crisi economica sulla qualità e quantità dei prestiti erogati dalle banche.

Tra la crisi economica e i crediti deteriorati c’è uno sfasamento temporale che spiega perché l’ammontare dei crediti deteriorati raggiunge il suo picco nel 2015, mentre l’economia già mostra segnali di ripresa. Allo stesso tempo l’accumularsi dei crediti deteriorati contribuisce a frenare, sia pure in parte, la ripresa. Nel frattempo entrano in vigore le nuove regole europee, che come ora è a tutti evidente impongono al sistema italiano nel suo complesso un salto di qualità. Occorre maggiore consapevolezza nelle scelte dei risparmiatori, occorre intervenire in radice sulla governance degli istituti di credito in modo da renderla più funzionale, rafforzando gli incentivi per il management. È in questo contesto che il Governo vara la riforma delle banche popolari. Il risultato di quella riforma è che oggi abbiamo operatori più responsabilizzati e reattivi al mercato e un gruppo bancario più grande ed efficiente delle due banche che vi hanno dato origine, mentre le banche mal gestite per anni, a danno dei propri azionisti e di altri creditori sono uscite dal mercato senza conseguenze per clienti, risparmiatori, dipendenti.

La riforma delle banche di credito cooperativo va nella stessa direzione: realizzare un sistema più forte e capace di reagire meglio alle crisi. Crisi che ci sono state durante questi anni, ma in numero comunque contenuto. La resilienza del settore bancario italiano ha dimostrato, tra l’altro, il ricorso molto limitato alle risorse pubbliche nella gestione di queste crisi, anche grazie al contributo del sistema bancario stesso.  La compensazione dei risparmiatori colpiti da comportamenti impropri delle banche è venuta a carico del sistema bancario, senza pesare sulle risorse dei contribuenti e con la costituzione del fondo Atlante gli operatori del settore hanno dimostrato di poter creare uno strumento condiviso per la gestione di interessi comuni.

Ciò non ha impedito che si levassero numerose critiche. In Italia si è detto che la ricerca di soluzioni specifiche per ciascuna delle diverse crisi dimostrerebbe l’assenza di un approccio organico e complessivo del governo. Non sono d’accordo! Penso, al contrario, che nel corso della transizione a un nuovo quadro normativo, dalle implicazioni ancora non ben considerate, ciascuna situazione dovesse essere affrontata in modo specifico, attraverso l’applicazione delle regole più adatte a minimizzare l’impatto sociale ed economico di ogni specifica situazione. l’Italia è stata anche accusata di avere trovato un modo per rispettare la lettera delle regole, violandone tuttavia lo spirito. Nelle riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di ieri le istituzioni europee coinvolte nelle recenti vicende bancarie, hanno confermato che le operazioni si sono svolte nel pieno rispetto delle regole esistenti, che in ogni caso hanno dimostrato un elevato grado di flessibilità, maggiore di quanto si potesse pensare. Le regole europee permettono allo Stato di intervenire nel contesto di una liquidazione, come contemplato dalla comunicazione della Commissione del 2013. L’intervento deve essere giustificato dalla necessità di contenere i costi di una liquidazione disordinata, come è stato il caso delle banche venete. Va ricordato che gli azionisti e i creditori subordinati hanno dovuto supportare il costo della crisi, prima che intervenisse il contribuente, che mantiene una ragionevole prospettiva di recuperare quanto speso. La soluzione dei singoli casi ha permesso di migliorare il quadro complessivo in un contesto di miglioramento del quadro economico.

Nel 2016 i crediti deteriorati sono diminuiti rispetto al 2015 e nei primi 4 mesi dell’anno in corso hanno continuato a calare in modo deciso. La liquidazione delle due banche popolari venete, le operazioni di cessione di crediti deteriorati annunciate da Monte dei Paschi e altre banche fanno ritenere che alla fine di quest’anno potremo registrare un calo evidente. Possiamo dire di essere a un punto di svolta. Alle origini di questa svolta va collocata, tra l’altro, la ripresa dell’economia che meglio consente alle imprese in temporanea difficoltà di rispettare le obbligazioni assunte con i prestatori. Hanno svolto un ruolo cruciale anche le riforme, non soltanto quelle strutturali del settore, ma anche le innovazioni introdotte nelle procedure di insolvenza e di recupero dei crediti, così come gli strumenti specifici per accompagnare questa fase di transizione, a partire dalle garanzie per la cartolarizzazione dei crediti in sofferenza.

Ne segue un’altra implicazione di politica economica. Lo sforzo riformatore va mantenuto e rafforzato. In questo quadro hanno preso vita iniziative private con il sostegno del Governo, come la costituzione del fondo Atlante, che ha contribuito a rivitalizzare il mercato dei crediti in sofferenza. I suoi azionisti hanno avuto il coraggio di mettere assieme risorse per condividere lo sforzo di dare soluzione a problemi comuni. È un merito che va riconosciuto. Così come va riconosciuto l’impegno personale di quegli amministratori che si sono adoperati nel tentativo di dare soluzioni di mercato a crisi conclamate.

Possiamo quindi dire che il peggio è alle spalle ma dobbiamo essere consapevoli che la crisi finanziaria degli anni scorsi ha diffuso in Europa una forte propensione alla riduzione dei rischi. Proprio ieri l’Ecofin ha adottato le conclusioni in merito a un rapporto sulle azioni da mettere in campo a livello europeo e nazionale per facilitare alle banche la riduzione del volume dei no-performing loans e il ritorno alla redditività, per liberare il capitale da destinare al finanziamento dell’economia e scongiurare il rischio di dissesto delle banche nelle peggiori condizioni. Il rapporto individua quattro aree di intervento: poteri di supervisioni, impedimenti allo sviluppo di un mercato secondario efficiente, riforma delle procedure esecutive e fallimentari, uscita dal mercato.

Ne deriva un'altra implicazione di policy: in questo quadro è necessario che le banche adottino con determinazione e incisività una gestione attiva delle proprie esposizioni e definiscano una strategia credibile per la progressiva riduzione dell’ammontare di crediti deteriorati.
In conclusione, su questo tema la possibilità di intervenire con modalità diverse evidenzia come il quadro normativo europeo abbia garantito margini di flessibilità, tanto è vero che in nessuno dei tre casi affrontati in Italia è stato utilizzato il bail-in. Obbligazionisti senior e depositanti sono stati protetti, il finanziamento dell’economia reale è stato salvaguardato, così come i livelli occupazionali. D’altro canto i diversi casi hanno messo in luce una serie di criticità della costruzione europea da affrontare e risolvere nei prossimi mesi nell’ambito del processo di completamento dell’Unione Bancaria.

Il completamento dell’Unione Bancaria è sicuramente uno dei passaggi cruciali da realizzare in un processo di integrazione europea. Dell’integrazione europea abbiamo tutti bisogno. E’ la risposta alle sfide crescenti della competizione globale e alla nuova geopolitica. Ci troviamo paradossalmente di fronte a una nuova finestra di opportunità: economica, perché la crescita che si sta stabilizzando a livello globale rende più facile, ma anche più necessaria, una nuova ondata di riforme strutturali; politica, perché offre una prospettiva di integrazione e apertura a fronte di quella del nazionalismo e di bilateralismo che in alcuni casi sembra prevalere.
L’Italia, il governo italiano, ha elaborato proposte specifiche per contribuire al dibattito sul futuro dell’Europa, dibattito che ha preso forma con il rapporto dei cinque presidenti e con il documento di riflessione sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria recentemente prodotto dalla Commissione.

Ricordo alcuni aspetti che l’agenda europea nei prossimi anni dovrebbe includere: 

  1. L’Unione bancaria va completata con un bilanciamento tra misure di riduzione dei rischi e misure di condivisione dei rischi.
  2. Gli strumenti di sostegno agli investimenti privati devono essere potenziati a partire dall’industria 4.0 e dal piano Juncker, che sta ottenendo risultati migliori di quanto ci si potesse attendere, ma che deve allargare il suo orizzonte di intervento, anche geografico.
  3. Vanno individuate soluzioni che consentano di aumentare gli investimenti pubblici che sono indispensabili per ridurre i gap geografici sociali, pur nel contesto delle regole di finanza pubblica europea.

È auspicabile la riforma del bilancio comune, che in prospettiva potrà essere governato da un ministro europeo delle finanze, soggetto al controllo democratico del Parlamento Europeo. Il ministro delle finanze europeo dovrebbe anche governare il finanziamento dei beni pubblici europei, come la realizzazione di infrastrutture fisiche e digitali, la protezione dei confini, la sicurezza interna, i flussi migratori.
I paesi europei che presentano condizioni economiche occupazionali migliori temono che misure di condivisione del rischio possano comportare un trasferimento permanente di risorse verso le economie più deboli. Questa preoccupazione può essere affrontata con formulazioni che consentano di recuperare nel tempo i fondi impiegati con il superamento delle crisi, ma l’integrazione può e deve essere perseguita soltanto in presenza di un forte sostegno politico, per promuovere la riallocazione delle risorse e la capacità di farne percepire i vantaggi ai cittadini nel lungo periodo. Tutti i paesi membri dell’Unione Europea devono fornire il loro contributo a risorse e sforzi comuni. In un panorama internazionale dove si moltiplicano le sfide alla democrazia l’Europa conserva una posizione unica, il modello di sviluppo costruito nel nostro continente ha valorizzato il ruolo dei cittadini, ha promosso uguali opportunità, ha tutelato i più deboli, ma i risultati ottenuti fin qui non vanno dati per scontati. L’Europa rimane la migliore soluzione che risponde alla sfida del sistema globale, ma per essere efficace l’Europa deve trasformarsi nella sua struttura e nelle sue istituzioni.

Signore e signori, il sistema bancario, lo ripeto, è a una svolta, può e deve diventare componente fondamentale dell’accelerazione della crescita, allo stesso tempo deve completare l’aggiustamento all’interno dell’Unione bancaria. Anche l’economia sta cambiando, in questi anni ha fatto progressi lungo il sentiero stretto tra la necessità di consolidare la finanza pubblica e abbattere il debito e di sostenere la crescita e non si può negare che la via maestra per abbattere il debito sia più crescita. Queste due linee strategiche devono trovare pieno sostegno in un contesto europeo che richiede una risposta allo sforzo riformatore sia in termini strutturali che istituzionali. Lo sforzo riformatore a livello nazionale ed europeo è fondamentale per tradurre la ripresa ciclica in atto in espansione del prodotto potenziale, della produttività, degli investimenti, quindi in una espansione duratura e sostenibile. La finestra di opportunità non deve andare sprecata.

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