Presentazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2017 - Audizione del ministro Padoan in Commissioni congiunte 5a Senato e V Camera

19/04/2017

1. Premessa

Prima di entrare nel merito delle scelte contenute nel DEF può risultare utile una riflessione sull’andamento dell’economia italiana a partire dal 2013.

Nel 2013 l’economia italiana ha registrato un calo del prodotto interno lordo pari all’1,7 percento sull’anno precedente. Nel 2014 le politiche economiche del governo hanno fatto registrare una inversione di tendenza, con una crescita dello 0,1 percento. Nei due anni successivi la crescita si è rafforzata, con un incremento del prodotto rispettivamente dello 0,8 e dello 0,9 percento. Con un 2017 nel quale ci aspettiamo una crescita dell’1,1 percento registreremo quattro anni di crescita consecutiva.

Tra il 2014 e il 2017 la crescita si irrobustisce, la disoccupazione scende, il deficit cala, il debito rispetto al prodotto si è stabilizzato e va verso la diminuzione per la prima volta dopo 9 anni, pur in un contesto di prezzi a crescita zero o negativa.

Il livello di crescita conseguito non ci entusiasma. Non ci possiamo dire soddisfatti. Dal punto più grave della crisi a oggi il numero di occupati è aumentato di 734mila unità; più della metà di questi lavoratori ha trovato un’occupazione a tempo indeterminato. Eppure il tasso di disoccupazione resta inaccettabilmente elevato tra i più giovani.

Se guardiamo indietro, considerando un orizzonte temporale un po’ più lungo, possiamo individuare alcune caratteristiche di fondo della nostra economia. Dal 2001 al 2013 la crescita reale del PIL è stata negativa in quattro anni, positiva ma inferiore all’1 percento in altri quattro anni, ha superato l’1 percento 5 volte.

La crescita debole e intermittente è quindi stata una tendenza persistente, dovuta a limiti strutturali. Per cambiare questo quadro occorre coniugare una politica di bilancio orientata alla crescita tramite la riduzione del carico fiscale e il sostegno agli investimenti con un programma di riforme strutturali. Ciò deve essere perseguito in un contesto di debito che deve calare con decisione, invece di continuare a crescere come è avvenuto in passato.

Il Paese deve affrontare un sentiero stretto.

Da un lato c’è il debito. Per farlo scendere occorre crescere di più, mantenere surplus primari costanti e sostenuti, capitalizzare la discesa dei tassi di interesse resa possibile dal combinato disposto della politica della BCE e del miglioramento della percezione di rischio: un rallentamento o una inversione della politica di consolidamento sarebbe controproducente, soprattutto se i mercati imputassero a questa attitudine un rischio più elevato, che si tradurrebbe in tassi più alti e pertanto in un aumento del costo del servizio del debito. Sarebbe una scelta rovinosa per il Paese, della quale pagherebbero le spese soprattutto i ceti più deboli. Ricordo che a seguito delle forti turbolenze nel mercato dei titoli di stato registrate nella seconda metà del 2011, l’anno seguente gli oneri per il servizio del debito toccarono il 5,2 per cento del PIL. Nel 2016 la spesa per interessi è scesa poco sopra al 3,9 per cento del PIL. Ciò ha creato un importante spazio di bilancio per finanziare politiche sociali e di rilancio dell’economia.

Dall’altro lato del sentiero c’è un sistema produttivo indebolito dagli anni della crisi, da cui comunque sta uscendo. Se accelerassimo la contrazione del deficit oltre il ragionevole, rischieremmo di colpire la ripresa. Occorre un aggiustamento di bilancio graduale. Vale la pena di ricordare, inoltre, che contrariamente a quanto a volte sostenuto, la spesa pubblica italiana è sostanzialmente stabile: dal 2009 al 2016 è aumentata del 2,5 percento, il valore più basso di tutta la zona euro. Alcuni analisti fanno notare che la crescita di paesi come la Germania ha potuto beneficiare di un incremento della spesa pubblica nello stesso periodo dieci volte superiore a quella italiana [18,6 percento].

Da qui la necessità di una politica economica equilibrata che muove lungo il sentiero in base a due parametri: la direzione di marcia, verso il risanamento di conti con il deficit in contrazione costante tra il 2014 e il 2016; e la velocità di marcia, che dev’essere adeguata alla necessità di sostenere la ripresa dell’economia reale.

L’equilibrio perseguito nell’azione di governo, con continuità tra la presidenza Renzi e la presidenza Gentiloni, ha permesso la conciliazione tra le due esigenze del risanamento dei conti pubblici e del sostegno alla crescita ma anche il rapporto tra il sostegno alle imprese, che devono crescere per far crescere l’occupazione nel tempo, e il sostegno alle famiglie e ai ceti più deboli che ne hanno bisogno nell’immediato. Faccio due esempi.

Il passaggio dalla sperimentazione del Sostegno all’inclusione attiva (SIA) allo strumento strutturale del Reddito di inclusione è una novità molto importante nella lotta contro la povertà. La dotazione finanziaria a regime di questo strumento è di 1,7 miliardi e non ha precedenti. Siamo pronti a valutare i risultati di questo primo anno di attività per prendere in considerazione eventuali esigenze ulteriori.
Il sostegno alla competitività e alla produttività delle imprese passa anche attraverso la scelta di utilizzare l'incremento di gettito prodotto dal contrasto all'evasione fiscale per la riduzione delle imposte. La riduzione di imposte è avvenuta in modo strutturale con la revisione delle componenti della base imponibile di alcune imposte, in particolare IRAP (per il costo del lavoro) nel 2015 e IMU (su macchinari e impianti “imbullonati”) nel 2016, e la riduzione delle aliquote IRES nel 2017. La riduzione dell’onere del prelievo è avvenuta anche attraverso nuove agevolazioni fiscali che hanno lo scopo di stimolare investimenti selettivi in fattori di produzione coerenti con la strategia Industria 4.0.

Complessivamente la pressione fiscale è scesa dal 43,6 percento del 2013 al 42,3 percento del 2016, riclassificando la riduzione Irpef di 80 euro quale diminuzione d’imposta.

2. Il quadro macroeconomico

Veniamo al quadro macroeconomico. Nel 2016 l’economia italiana ha registrato un tasso di crescita dello 0,9 per cento in termini reali e dell’1,6 per cento in termini nominali. Il PIL nominale nel 2016 è risultato pari a 1.672,4 miliardi.

Secondo le stime del Tesoro, nel 2017 il PIL crescerà dell’1,1 per cento in termini reali e del 2,3 per cento in termini nominali. Nel 2018 il tasso di crescita reale sarebbe pari all’1 percento e il tasso di crescita nominale 2,7 percento.

L’andamento recente dell’economia italiana è incoraggiante. La crescita ha ripreso slancio nella seconda metà del 2016 grazie a un balzo della produzione industriale e, dal lato della domanda, a un’accelerazione di investimenti ed esportazioni. Il 2017 sembra essere cominciato col piede giusto, anche se l’aggiustamento per i giorni lavorati ha causato una temporanea caduta della produzione industriale in gennaio – già parzialmente recuperata nel mese successivo. Gli indici di fiducia delle imprese italiane sono saliti notevolmente durante il primo trimestre, toccando a marzo il livello più alto dal 2007 per quanto riguarda l’industria.

Anche a livello europeo ed internazionale, si è recentemente registrato un marcato miglioramento della fiducia di imprese e consumatori. La crescita europea ha accelerato. Permangono preoccupazioni su fattori geopolitici e sulle conseguenze di medio termine di Brexit, di recente acuite dalle politiche commerciali ventilate dalla nuova amministrazione americana. Ciò nondimeno, il quadro di breve termine è più favorevole di quanto fosse atteso nel settembre 2016, quando il Governo effettuò il più recente aggiornamento della previsione ufficiale, sia in termini di espansione prevista dei mercati di esportazione dell’Italia, sia di livello del tasso di cambio dell’euro.

Il miglioramento dei dati economici e delle aspettative nelle economie avanzate, Italia compresa, potrebbe giustificare una significativa revisione al rialzo della previsione di crescita del PIL per i prossimi anni. Le previsioni di crescita riportate nel Programma di Stabilità devono pertanto essere lette come valutazioni prudenziali. La previsione programmatica per i prossimi tre anni riflette inoltre l’intendimento del Governo di seguire un sentiero di politica di bilancio in linea con le regole europee e la normativa italiana.

La previsione macroeconomica programmatica pone il tasso di crescita del PIL reale all’1,0 per cento anche nel 2019, mentre per il 2020 si prefigura un incremento lievemente superiore, pari all’1,1 per cento. La crescita nominale accelererebbe dall’1,6 per cento del 2016, al 2,3 quest’anno, 2,7 nel 2018 e quindi 3,0 nel 2019 e 2,8 per cento nel 2020.

Una più elevata crescita nominale favorirà la discesa del rapporto debito/PIL, poiché chiuderà il gap rispetto al costo implicito di finanziamento del debito pubblico, che si prevede pari al 2,9 per cento quest’anno, 2,8 per cento circa nel 2018-2019 e poco sotto al 3,0 per cento nel 2020. (Le previsioni sui tassi di interesse sono formulate in base alla curva dei rendimenti registrata nelle due settimane precedenti la previsione – non è una proiezione arbitraria. I tassi di mercato già incorporano i rischi di medio termine percepiti dagli investitori.)

3. I conti pubblici e gli obiettivi di bilancio

L’azione di governo in questa fase va valutata non solo alla luce delle indicazioni contenute nel DEF ma nel complesso delle misure adottate dal Consiglio dei Ministri dell’11 aprile. Tali misure comprendono gli interventi necessari a conseguire l’aggiustamento del saldo strutturale, le misure di sostegno alle zone colpite dal sisma, le misure di “finanza per la crescita”. A queste misure si aggiunge l’intervento di programmazione degli investimenti pubblici fino al 2032, da definire con apposito DPCM. L’insieme di queste misure costituisce un pacchetto di interventi che allo stesso tempo assicurano il necessario aggiustamento strutturale e un sostegno agli investimenti privati e pubblici oltre che un ulteriore intervento a favore delle zone colpite dagli eventi sismici.

Come detto la programmazione del governo e gli effetti di questa sui saldi di finanza pubblica vanno analizzati quest’anno insieme alla correzione strutturale pari a due decimi di punti percentuali di PIL, varata contestualmente al DEF.

La correzione strutturale ci consente di continuare nell’anno in corso la contrazione del deficit a una velocità che risulta di 0,3 punti percentuali in media nel triennio 2015-2017. Al tempo stesso, poiché la correzione ha natura strutturale, avrà effetti anche sugli anni successivi e quindi contribuirà a contenere la dimensione della correzione tra 2017 e 2018. Questa correzione peraltro non ha effetti apprezzabili sul potenziale di crescita, perché si sviluppa prevalentemente attraverso l’aumento dell’efficacia del contrasto all’evasione.

L’indebitamento netto nominale per il 2017 è quindi previsto al 2,1% del PIL. Nella programmazione per il 2018 abbiamo tenuto l’obiettivo ambizioso di un deficit all’1,2 percento. Questo obiettivo programmatico è vicino al tendenziale perché la legislazione vigente contempla un incremento delle imposte indirette tale da conseguire la correzione programmata. Il governo si è impegnato a intervenire con la prossima legge di bilancio per modificare la previsione di incremento delle imposte e sostituirla con altre misure, sul lato delle spese e sul lato delle entrate.

Su base strutturale, secondo le stime del Governo, basate sulla metodologia concordata in sede europea, l’indebitamento netto strutturale in percentuale del PIL peggiorerebbe dal -1,2 per cento del 2016 al -1,5 nel 2017 per migliorare al -0,7 nel 2018, fino a raggiungere un saldo positivo nel 2019. Quest’ultimo livello assicurerebbe il conseguimento dell’Obiettivo di Medio Termine (MTO) dell’Italia.

La previsione del rapporto debito/PIL formulata per il 2017 è pari al 132,5 percento; l’obiettivo programmatico di indebitamento per il 2018 assicurerebbe una discesa del debito al 131 percento del PIL. La stima incorpora eventuali interventi di ricapitalizzazione precauzionale di alcune banche e proventi da dismissioni immobiliari e di quote di aziende pubbliche. Dopo la stabilizzazione conseguita negli ultimi esercizi, si tratterebbe del primo decremento dell’indicatore dall’avvio della crisi.

4. Politica di bilancio per il triennio 2018-2020

Come già ricordato, l’aumento delle imposte contenuto nelle clausole di salvaguardia diventerebbe operativo nel 2018, con effetti che valgono circa l’1,1 percento del PIL. Il decreto legge dell’11 aprile sterilizza una parte di questo aumento, che quindi resta contemplato a legislazione vigente per un valore di poco inferiore allo 0,9 percento. L’intendimento del Governo nell’impostazione della prossima Legge di bilancio prevede di escludere tale aumento attuando una manovra alternativa.

La manovra verrà definita nei prossimi mesi. Confermata la volontà del governo di proseguire nel percorso di progressiva riduzione della pressione fiscale, resta la necessità di finanziare tale riduzione in modo permanente, così che i tagli siano credibili ed esprimano integralmente il loro potenziale beneficio nel consolidare la crescita dell’economia. Il quadro programmatico del DEF è costruito su realistiche ipotesi di politica di bilancio, ma il Governo è aperto ad una discussione ampia ed approfondita sulle scelte che andranno finalizzate in sede di formazione della Legge di Bilancio.

Il DEF esplicita, per prima volta e in linea con quanto previsto dalla riforma del bilancio, il contributo delle spese delle amministrazioni centrali al conseguimento dell’obiettivo di bilancio. Si stabilisce che tale contributo debba essere di “almeno 1 miliardo”. È una cifra non particolarmente ambiziosa ma funzionale all’avvio della riforma. La novità sostanziale è che i Ministeri di spesa saranno chiamati ad avanzare proposte in merito.

Investimenti pubblici

Sul lato della spesa, il Governo ritiene prioritario proseguire nell’azione di rilancio degli investimenti pubblici, sui quali hanno influito negativamente le manovre di finanza pubblica adottate tra il 2008 e il 2013, e i cui effetti si riverberano negli anni successivi, dato il ciclo dilatato della realizzazione delle opere.

Il rilancio degli investimenti dipende non solo dalla disponibilità di risorse finanziare, ma anche in buona parte da un miglioramento del percorso programmazione delle opere e di elaborazione e valutazione dei progetti. L’integrazione tra il Gruppo Ferrovie dello Stato e l’ANAS, avviata con il decreto legge di martedì scorso, ha la finalità di migliorare la capacità di programmazione delle opere infrastrutturali di competenza delle centrali pubbliche. Ma è necessario migliorare anche le attività delle amministrazioni regionali e locali, che il Governo intende coadiuvare con organismi capaci di erogare attività di supporto tecnico e valutativo.

Considerando l’evoluzione nell’ultimo triennio, infatti, la spesa complessiva per investimenti e contributi agli investimenti si è ridotta nelle amministrazioni locali (-1.281 milioni) mentre è aumentata nelle amministrazioni centrali (+2.163 milioni). Tale andamento è il risultato anche di specifici fattori contingenti. In particolare, sul calo della spesa delle amministrazioni locali nel 2016 hanno influito sia la chiusura del ciclo della programmazione comunitaria 2007-2013, sia la complessità ed una prima fase di incertezza del passaggio alle nuove regole di contabilità introdotte nel medesimo anno.

Con il DPCM esaminato in consiglio dei ministri lo scorso 11 aprile, il governo ha avviato la fase operativa di finanziamento dei primi progetti destinatari del fondo da 47,5 miliardi creato con l’ultima legge di bilancio. Nella selezione dei progetti sono stati adottati tre criteri: i. la rapidità di realizzazione dei progetti, con l’obiettivo di vedere quanto prima l’apertura di nuovi cantieri con effetti positivi sull’occupazione; ii. la natura strategica dei progetti, sia sul piano infrastrutturale sia su quello tecnologico; iii. la capacità di sostenere la domanda interna.

Interventi a favore delle aree colpite dal sisma del 2016

Il ruolo degli investimenti è particolarmente importante nei territori delle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria colpiti dagli eventi sismici del 2016. Al fine di permettere l’accelerazione delle attività di ricostruzione in questi territori, il decreto legge dello scorso 11 aprile istituisce un apposito Fondo con una dotazione di 490 milioni di euro per l’anno 2017, 700 milioni di euro per l’anno 2018 e 700 milioni di euro per l’anno 2019. Contestualmente vengono anche incrementate le risorse disponibili sui fondi già stanziati per affrontare l’emergenza e la ricostruzione nella misura di 210 milioni per il 2017 e 132 milioni per ciascuno dei due anni successivi.

Lo stesso decreto legge inoltre istituisce una zona franca urbana nei Comuni delle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria colpiti dagli eventi sismici che si sono succeduti dal 24 agosto 2016.

Finanza per la crescita

Accanto al rilancio degli investimenti pubblici il Governo intende proseguire nell’azione di rafforzamento della capacità competitiva delle imprese italiane, nel solco degli interventi disposti negli ultimi tre anni. Oltre alle misure intraprese per sostenere i fattori produttivi, la riduzione delle imposte a favore delle imprese hanno canalizzato le energie delle imprese italiane verso la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione. Le misure di “Finanza per la Crescita” stanno aiutando le imprese a migliorare la governance e ad accedere al mercato dei capitali; la recente riforma dei Piani Individuali di Risparmio fornisce, per la prima volta, uno strumento che permette di canalizzare risparmio privato verso l’economia reale italiana. Il D.L. approvato nel CdM dell’11 aprile arricchisce ulteriormente tali misure.

5. Il Programma Nazionale di Riforma

Le misure di stimolo alla crescita e alla creazione di occupazione, a cominciare dagli investimenti pubblici e dalla riduzione delle imposte, si devono accompagnare con un miglioramento dell’ambiente in cui le imprese svolgono la propria funzione. Gli impedimenti strutturali alla crescita sono presenti su molti fronti, quali ad esempio il mercato del lavoro, il settore bancario, il mercato dei capitali, le regole fiscali, la scuola, la pubblica amministrazione, la giustizia civile.

Il governo Renzi ha realizzato importanti riforme per il cambiamento strutturale del tessuto economico e sociale del Paese, che l’esecutivo in carica sta contribuendo a implementare affinché cambino concretamente i comportamenti nell’amministrazione pubblica, nel mercato del lavoro, nel sistema bancario, nella giustizia. Negli ultimi dodici mesi è stata completata la riforma del mercato del lavoro, che sta favorendo la crescita dell’occupazione e della qualità del lavoro; sono stati individuati strumenti operativi per fronteggiare la mole dei crediti in sofferenza frutto della crisi; sono stati forniti al sistema bancario gli strumenti per massimizzare le soluzioni di mercato con il supporto della garanzia dello Stato; è stata varata la riforma della Pubblica Amministrazione; la sperimentazione del sostegno all’inclusione attiva è stata trasformata nello strumento strutturale del Reddito di inclusione, come già ricordato. Sono stati conseguiti numerosi progressi in materia di giustizia civile e una sostanziale riduzione dell’arretrato del processo amministrativo.

Nel frattempo è stato varato il Piano Industria 4.0, con il quale si intende favorire un cambiamento produttivo e tecnologico volto alla decisa crescita della competitività. Sono state portate avanti le semplificazioni e i piani per le infrastrutture e la logistica, e di rilancio delle periferie degradate delle grandi città.

La riforma dell'amministrazione fiscale è stata completamente attuata sul piano formale e oggi produce effetti sostanziali grazie all'affermarsi di attitudini e comportamenti che stanno migliorando il rapporto con il contribuente, aumentando il tasso di adempimento spontaneo.

La riforma del bilancio è stata completata con l’unificazione della Legge di Bilancio e della Legge di Stabilità in un unico provvedimento integrato, dal quale ci aspettiamo risultati crescenti in termini di efficienza della spesa pubblica e razionalizzazione delle politiche.

Nonostante lo sforzo di riforma avviato nel 2014 sia stato attuato con grande determinazione, gli interventi sulla struttura dell’economia hanno bisogno di tempo per dispiegare appieno i propri effetti e, sostenendosi reciprocamente, rilanciare il potenziale di crescita. Il governo ha rilanciato lo sforzo di riforma. Il Programma Nazionale di Riforma incluso nel DEF definisce le priorità del governo in tema di riforme strutturali.

È necessario aprire maggiormente al mercato diversi settori, con l’obiettivo di apportare benefici apprezzabili dai cittadini in termini di maggiore offerta, investimenti, produttività e crescita. In tal senso la Legge annuale per la concorrenza è un obiettivo da perseguire con celerità, insieme all’immediata definizione di un appropriato strumento legislativo a cui affidare i prossimi passi in materia di liberalizzazioni.

In materia di lavoro al Jobs Act deve fare seguito un rafforzamento delle politiche attive del lavoro, di quelle volte a stimolare le competenze nonché di misure a sostegno del welfare familiare. In questo contesto è fondamentale il ruolo della contrattazione salariale di secondo livello che deve essere ulteriormente valorizzata con interventi più mirati in materia di welfare aziendale.

Nei prossimi mesi proseguirà l’attuazione delle misure di riforma della giustizia già avviate, con particolare riguardo al processo penale e all’efficienza del processo civile. Le risorse a disposizione dell’amministrazione giudiziaria verranno incrementate. Si promuoverà ulteriormente l’adozione di best practices che consentano di armonizzare le performance dei tribunali in termini qualitativi e quantitativi. Il perfezionamento del quadro legislativo in materia di insolvenza renderà più efficace la gestione delle procedure concorsuali, anche al fine di stabilire una regolazione organica della materia e dare maggiore certezza alle imprese in crisi.

6. Il Sud

Nel marzo 2017 si è conclusa la rendicontazione del ciclo di programmazione 2007-2013. Nonostante il ritardo accumulato nella spesa fino al 2013, per effetto di una riprogrammazione efficace, di un rinnovato impulso politico e di azioni innovative di supporto amministrativo alle autorità di gestione, la rendicontazione si è chiusa al 31 marzo 2017 con il pieno assorbimento delle risorse europee. La nuova programmazione 2014-2020 si è avviata sia rafforzando la cooperazione istituzionale e la programmazione, coordinata con le regioni attraverso la cabina di regia per la gestione dei fondi di sviluppo e coesione, sia attraverso una nuova politica meridionalista, fondata su un ruolo attivo del Governo e una forte responsabilizzazione delle Amministrazioni territoriali, attuata mediante il Masterplan e i Patti per il Sud.

Si è rafforzata, in continuità con il Governo precedente, la centralità delle politiche di coesione e della questione meridionale come questione nazionale. Gli interventi immediati di rafforzamento del credito d’imposta su investimenti privati, di riequilibrio della spesa ordinaria in conto capitale delle Amministrazioni centrali a favore del Mezzogiorno, le innovazioni istituzionali per l’efficacia della programmazione e progettazione degli interventi e l’accelerazione della spesa sui programmi di coesione, accanto ai segnali di vitalità dell’economia del Mezzogiorno negli ultimi due anni, confermano l’obiettivo di una svolta nelle politiche e nella dinamica del divario tra Mezzogiorno e resto del Paese.

7. Il benessere equo e sostenibile

La crisi e prima ancora la globalizzazione hanno reso evidenti i limiti di politiche economiche volte esclusivamente alla crescita del PIL. L’aumento delle diseguaglianze negli ultimi decenni in Italia e in gran parte dei Paesi avanzati, la perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiedono un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica.

Grazie a quanto deciso a larga maggioranza dal Parlamento, ora il Governo è tenuto a riportare, sulla base dei dati forniti dall’Istat, l’andamento degli indicatori di benessere equo e sostenibile nell’ultimo triennio nonché le previsioni del Governo per il triennio successivo, anche alla luce delle misure programmatiche. Per quanto concerne le previsioni, l’Italia è il primo Paese avanzato a porsi un obiettivo di questo tipo.

Nonostante la selezione degli indicatori da parte del Comitato istituito per legge non sia stata ancora finalizzata – lo sarà tra poco – il Governo ha voluto includere il benessere sin da questo DEF proponendo, su suggerimento del Comitato, un insieme provvisorio di variabili su alcune delle aree più rilevanti per la qualità della vita dei cittadini (diseguaglianze, lavoro, ambiente). Con l’obiettivo di dare maggiore visibilità a tale innovazione, il DEF tratta il benessere equo e sostenibile sin dal primo capitolo del Programma di Stabilità, laddove sono esplicitati gli obiettivi di crescita e finanza pubblica. La legge si limita, invece, a richiedere un apposito allegato.

Non appena sarà disponibile la selezione di indicatori del Comitato sarà mia cura sottoporla al parere delle Commissioni competenti.

Venendo all’evoluzione dei quattro indicatori di benessere presentati si nota un generale miglioramento. È in buona parte frutto della ripresa economica ed occupazionale ma anche di alcune misure specifiche messe in campo in questa legislatura. Va detto che non è facile individuare il contributo delle politiche, tantomeno in previsione. Le analisi presentate in questo DEF sono da intendersi, infatti, come un primo esercizio che verrà migliorato nei mesi ed anni successivi. Si tratta di una sfida non facile per le nostre amministrazioni centrali, MEF in primis.

È l’inizio di un nuovo approccio che credo e spero benefico per il futuro del nostro paese e che necessiterà di un’interazione virtuosa tra Governo, Parlamento, opinione pubblica, esperti e mezzi di comunicazione.

8. Conclusioni

Tenendo conto delle esigenze di consolidamento dettate dall'elevato debito pubblico accumulato negli anni precedenti, a partire dal 2014 i limitati spazi di bilancio sono stati utilizzati a sostegno della crescita e della competitività.

Le componenti della strategia del governo restano quelle adottate dal 2014

  • Una costante azione di riforma strutturale del Paese e di stimolo agli investimenti, privati e pubblici.
  • Una impostazione della politica di bilancio, al tempo stesso, favorevole alla crescita e volta ad assicurare un graduale ma robusto consolidamento delle finanze pubbliche, tale da ridurre il rapporto tra debito e PIL.
  • La riduzione del carico fiscale, che si associa a una maggiore efficienza della spesa e dell’azione della Pubblica amministrazione.
  • Il miglioramento dell’ambiente di impresa clima d’investimento e della capacità competitiva del sistema Italia.

Grazie a questa strategia il Paese ha intrapreso un sentiero virtuoso stretto sia per ridurre il debito sia per sostenere la crescita.

Guardando avanti non vanno sottovalutati gli impegni che la finanza pubblica continuerà a fronteggiare, connessi a una probabile riduzione degli stimoli monetari nella Eurozona, agli obiettivi di medio termine, alla elevata volatilità connessa ai diffusi rischi geo-politici. Il segno, la composizione e l’intensità delle politiche economiche del Governo continueranno a iscriversi nel sentiero delineato.

L’intensità del consolidamento di bilancio, ma anche le diverse opzioni di politica economica, dovranno essere valutate soprattutto per le implicazioni di medio e lungo termine. Una finanza pubblica solida è un impegno nei confronti delle nuove generazioni cosi come lo è l’impegno a offrire prospettive di occupazione e di inclusione solide e durature. Una finanza pubblica sostenibile produce effetti tangibili sul bilancio, poiché contribuisce a contenere la spesa per interessi che assorbe risorse altrimenti destinabili alla riduzione del carico fiscale, agli investimenti, all'inclusione sociale.

Il DEF e le misure adottate contestualmente sono in continuità con questa strategia.

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