"Nessun complotto dei mercati" - Intervista al ministro Padoan

Corriere della Sera - 20/11/2016

di Enrico Marro

Ministro, cominciamo dall’elezione di Donald Trump. Che conseguenze avrà sull’economia?
«Le conseguenze – risponde il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan - sono ancora difficili da decifrare perché gli annunci che sono venuti da Trump e dal suo team possono portare in diverse direzioni. Si tratta di un mix di aumenti della spesa pubblica in infrastrutture, di deregolamentazione dei mercati, di ripresa del protezionismo, di abbattimento delle tasse. Bisognerà capire come tutte queste cose possano stare insieme. Intanto, però, un elemento più certo è che i mercati danno per scontato che l’inflazione ricomincerà a salire. Questa attesa iniziamo a riscontrarla anche sui tassi dei titoli di Stato».

L’inflazione sarebbe l’unica buona notizia in un quadro che la preoccupa?
«Beh, staremo a vedere. La deregolamentazione potrebbe smontare un quadro di regole pensato per rendere i mercati più stabili dopo la crisi del 2007. Ma mi preoccupa soprattutto una eventuale chiusura delle frontiere. Si parla di rinnegare l’accordo Nafta che riguarda il Nord America e di un rapporto commerciale con la Cina in termini di duro confronto. Ora, se si chiudono mercati, l’incertezza aumenterà e questa non è una buona notizia, neppure per noi».

Se poi in Italia dovesse vincere il no nel referendum costituzionale? Bankitalia avverte sulla volatilità dei mercati. Non crede che questi messaggi, dando la sensazione che élite e banche vogliono il sì, possano avere l’effetto contrario?
«No. I mercati sono più nervosi perché c’è incertezza sulla prosecuzione del processo di riforme. Ma questo è un fatto ed è normale che i mercati finanziari lo registrino e che la banca centrale lo segnali. Non è questione di allarmi delle élite o di complotti»

Intanto lo spread, il differenziale tra i tassi sui titoli di Stato italiani e tedeschi, ha ripreso ad aumentare.
«È un fenomeno comune, legato alle attese sull’inflazione americana. I tassi sono andati su un po’ in tutta Europa Non c’è un rischio Italia, ma nervosismo sulla prosecuzione delle riforme».

Quali riforme?
«Faccio solo un esempio. La riforma del titolo V della Costituzione fa passare dalle Regioni allo Stato molte competenze sulla salute dei cittadini, sul turismo, sulle politiche attive del lavoro. Grazie a questo cambiamento diminuirà il contenzioso tra i diversi livelli di governo, miglioreranno i processi di spesa, migliorerà la qualità dei servizi ai cittadini e sarà più semplice e veloce realizzare gli investimenti sulle infrastrutture».

Ministro, trovare la quadra sulla manovra è stato difficile. Si dice che il suo disagio nei confronti del premier, Matteo Renzi, sarebbe salita al punto da farle pensare alle dimissioni?
«Una sciocchezza che mi fa ridere. Ogni tanto risalta fuori, ma è proprio campata in aria».

Ma lei condivide le continue critiche di Renzi alla commissione europea e la minaccia del veto sul bilancio programmatico della Ue?
«Non c’è alcuna minaccia. L’Italia rispetta le regole ma ritiene che debbano essere cambiate per orientare le politiche economiche verso la crescita. Il veto sarebbe solo la risposta coerente se l’Ue non accogliesse le nostre richieste sulle risorse da destinare all’emergenza immigrazione. Non vogliamo conflitti con l’Europa ma è ora di apprendere la lezione che viene dalla Brexit e dall’elezione di Trump. Se l’Europa non cambia, rischia grosso. C’è un diffuso malcontento. Negli Stati Uniti, in Europa e anche in Italia. E l’Ue non è vista come la soluzione, ma come il problema. L’Europa non può permettersi di rimanere immobile. Deve mettere lo sviluppo, la crescita, gli investimenti e l’occupazione al centro della sua agenda».

Intanto, la commissione Ue chiede all’Italia un aggiustamento della manovra da 5 miliardi per evitare l’apertura di una procedura d’infrazione. Si può fare?
«La mia lettura è diversa. La manovra poggia su quattro pilastri. Due hanno a che fare con circostanze eccezionali: terremoti e migranti. Gli altri riguardano le risorse per gli investimenti e per aumentare l’inclusione con gli interventi su pensioni minime e povertà. Sono convinto che la maggior crescita del prodotto interno lordo avrà riflessi positivi su deficit e debito, colmando le differenze rispetto all’analisi della commissione».

La manovra non cambia?
«No, non cambia. Gli obiettivi di finanza pubblica saranno raggiunti con la maggior crescita».

Resta il fatto che la manovra poggia per 12 miliardi su un aumento del deficit e per 6,3 su riapertura della voluntary disclosure, asta frequenze e altre misure una tantum. Un impianto fragile.
«No. È un impianto coerente con le precedenti leggi di Stabilità, orientato allo sviluppo. L’indebitamento aiuta a finanziare gli investimenti, ma il deficit scende rispetto agli anni precedenti e anche il debito comincia a calare dal 2017. E abbiamo evitato che aumentasse l’Iva per oltre 15 miliardi, come previsto dalle clausole di salvaguardia».

Che però non sono state tolte per il 2018 e addirittura aumentate per il 2019. Le prossime manovre sono ipotecate rispettivamente per 19,7 miliardi e i 23,3 miliardi. Si può andare avanti così?
«Si sta andando avanti su una linea di politica bilancio che sostiene la crescita. È una fase di transizione verso una crescita più forte dell’economia, che richiede questi passaggi graduali».

Ministro, è passato un anno dal fallimento delle 4 banche ma mentre sono partiti i rimborsi forfettari non è ancora possibile accedere all’arbitro, come previsto dalla legge, per i risparmiatori che lo volessero o che non hanno i requisiti per i rimborsi automatici. Non crede che il governo dovrebbe chiedere scusa per il grave ritardo?
«Il governo ha intanto messo in atto i rimborsi automatici, che stanno prendendo quota. Stiamo cercando di capire che velocità ha questa componente di rimborso e a quel punto potremo far partire l’arbitrato. Il ritardo è dovuto alla volontà di verificare prima il funzionamento del meccanismo di rimborso automatico».

Non le pare che su Mps si profili un bail in mascherato? Ai possessori di obbligazioni subordinate viene chiesto di convertirle in azioni avvertendoli che se l’operazione non riuscirà e quindi non si potrà fare l’aumento di capitale, la banca fallirà.
«Non è un bail in mascherato ma un’operazione di conversione volontaria delle obbligazioni subordinate, che coinvolge tra gli altri investitori istituzionali che ben conoscono questi meccanismi. Le informazioni alla clientela con tutti i rischi del caso sono richieste dalla legge secondo criteri di trasparenza».

Unicredit, che oggi vale in borsa circa 12 miliardi, ha bisogno di un aumento di capitale da 13 miliardi. Come se ne esce? Si parla dell’intervento della francese Société Générale. Le risulta?
«Unicredit è la seconda banca del Paese, una banca solida che ha una diversificazione del suo business. Sta valutando la cessione di alcuni asset. Il piano di ricapitalizzazione rafforzerà la banca. Sull’interessamento di altre banche a Unicredit non mi pronuncio».

Ministro, nel caso vincesse il no, ci sarà bisogno di un governo «di scopo» e si fa il suo nome. Lei è disponibile?
«Innanzitutto, vincerà il sì. E comunque è un’ipotesi del tutto fantasiosa».

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