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I necessari tagli alla spesa e la riforme per la crescita

ll risanamento delle finanze pubbliche è vitale per un Paese con un debito alto. Il governo sta rimuovendo gli ostacoli ventennali allo sviluppo

Corriere della Sera - Thu Sep 22 11:39:00 CEST 2016

Pier Carlo Padoan

Caro direttore, l’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 21 settembre suggerisce al lettore che l’Italia ha accantonato l’obiettivo di ridurre la spesa pubblica, critica la spending review perché sarebbe fatta di interventi cosmetici, afferma che altri Paesi quali la Spagna o il Regno Unito siano più virtuosi di noi. Contesto tutte queste conclusioni. Credo che nascano da un equivoco sulla dinamica della spesa che va risolto e auspico che il dibattito si concentri sulla leva cruciale del nostro futuro: la crescita. Parto dalla spesa. In Italia la spesa pubblica nominale al netto degli interessi è cresciuta durante la crisi (2009-2014) meno che in altri Paesi: solo dell’1,4%, contro un aumento del 5,7% nel Regno Unito considerato campione di austerità e del 9% medio nella Ue. In termini reali la spesa è diminuita in Italia, aumentata nell’Ue. Numerosi indicatori concorrono a dimostrare che lo sforzo di consolidamento delle finanze pubbliche sostenuto dai cittadini italiani è superiore a quello realizzato da chiunque altro nell’eurozona. L’analisi è accessibile a chiunque sul sito del ministero dell’Economia.

La spending review ha consentito di riallocare le risorse da sprechi a politiche strutturali. Il taglio lordo di spese inefficienti per 25 miliardi ci ha consentito di ridurre le tasse, a cominciare dal costo del lavoro (tali sono gli interventi sull’Irpef dal 2014 e sull’Irap dal 2015). Il margine di recupero dagli sprechi si assottiglia, e miglioramenti nella spesa vanno perseguiti attraverso il continuo adeguamento delle policy e l’efficienza della pubblica amministrazione (sono una realtà la riduzione delle centrali di acquisto da 35 mila a sole 33, i prezzi di riferimento per gli acquisti diffusi, la riforma della legge di bilancio). Il consolidamento progressivo è una necessità inderogabile per un Paese ad alto debito come l’Italia ma una contrazione così accelerata della spesa pubblica ha penalizzato la crescita italiana rispetto ad altre economie. Chiunque segnali che in Spagna l’economia cresce più che in Italia, per esempio, dovrebbe ricordare anche che il deficit spagnolo nel 2015 è stato esattamente il doppio di quello italiano (5,2% vs 2,6%; nel periodo 2009-2015 la media del rapporto deficit/Pil in Spagna è stata 8,3% contro il 3,5% dell’Italia).

L’esperienza di molti Paesi mostra che il tentativo di affrontare la spesa senza curarsi della crescita ha avuto conseguenze di segno opposto agli obiettivi perseguiti: i cittadini sono stati sottoposti a pesanti sacrifici ma il rapporto debito/Pil è aumentato anziché diminuire. Le cause della scarsa crescita italiana sono state ampiamente sviscerate e la maggior parte degli osservatori concorda nel ritenere che la dinamica della produttività costituisca il problema principale. Il programma di riforme del governo sta progressivamente rimuovendo gli ostacoli strutturali sedimentatisi in vent’anni di sostanziale inerzia. Ma le riforme sono come una molla: il processo di definizione, adozione, implementazione la carica; i benefici si vedono quando scatta. In attesa dei benefici, che saranno crescenti nel tempo, il Paese ha bisogno di una politica di bilancio che ne anticipi gli effetti attraverso stimoli mirati alla crescita e alla creazione di occupazione. Non si tratta di spendere soldi pubblici per scavare e riempire buche ma di sviluppare con coerenza un mix di politiche coordinate e complementari lungo un arco temporale necessariamente pluriennale: riduzione delle tasse, incremento degli investimenti pubblici, stimolo agli investimenti privati, riforme strutturali. Al tempo stesso, il rapporto deficit/Pil cala con continuità, nonostante l’inflazione — che non dipende dalle autorità nazionali — resti troppo bassa.

Si fa giustamente osservare che nonostante i risultati rivendicati dagli ultimi governi nel contenimento della spesa il rapporto tra debito e Pil è cresciuto. Quanto in Finlandia e Francia, per usare dei termini di paragone. Paesi che però hanno registrato una recessione meno acuta e più breve. E questo ci riporta al ruolo cruciale della crescita economica: la strada maestra per la riduzione del debito è la crescita della ricchezza nominale (alla quale contribuisce anche l’inflazione). Una crescita sostenuta e sostenibile richiede misure di sostegno alla produttività e riforme strutturali, delle quali il governo può anticipare gli effetti con una politica di bilancio giudiziosa, che continua a ridurre il deficit mentre dedica risorse al sostegno degli investimenti e dei consumi. (Ministro dell’Economia e delle Finanze)

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