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Padoan: “In Italia ancora troppe banche ora servono altre aggregazioni”

Il ministro: il governo andrà avanti con privatizzazioni e tagli per ridurre il debito

La Stampa - Thu May 19 12:49:00 CEST 2016

Intervista di Alessandro Barbera al ministro Padoan

La trattativa con Bruxelles sui conti pubblici è terminata poco prima di salire sul volo. Ora Pier Carlo Padoan è in Giappone per il G7 dei ministri finanziari. Nonostante l’ora tarda e il fuso orario, commenta al telefono la pagella europea e manda un messaggio ai banchieri italiani: «Sono necessarie altre aggregazioni». 

Ministro, l’Italia ha ottenuto circa 25 miliardi di flessibilità in due anni. La stessa Commissione l’ha definito «uno sconto mai visto». Si poteva avere di più, come dice Renzi?
«Sono soddisfatto perché abbiamo ottenuto quel che meritavamo. Sono stati riconosciuti gli sforzi fatti fin qui, e la flessibilità su spese che vanno a vantaggio dell’Europa tutta: investimenti, migranti, sicurezza».

È pur vero che in questa fase le ragioni dei rigoristi non hanno molto spazio per imporsi. Fra Grecia e Brexit ci mancava solo uno scontro politico con l’Italia, non crede?
«È vero, in Europa il momento è delicato, ma è altrettanto vero che l’Italia ha imposto temi di cui si discuteva troppo poco: l’occupazione e l’uso dello strumento di bilancio orientato alla crescita. Poi ci sono questioni di metodo: ricordo che sul tavolo della Commissione c’è una richiesta di revisione del metodo di calcolo del prodotto potenziale proposta dall’Italia e firmata da altri sette governi dell’area euro».

Con un calcolo a spanne si può immaginare che la manovra per il 2017 debba contenere circa 12 miliardi fra tagli alla spesa e maggiori entrate. O sperate di poter rivedere anche questo obiettivo nei prossimi mesi?
«Il risultato che ci siamo vincolati a rispettare è un deficit nominale dell’1,8 per cento, e lo rispetteremo con la manovra indicata nel Documento di economia e finanza. L’Italia ha diritto alla flessibilità più di altri: siamo l’unico Paese europeo a registrare un avanzo primario da 23 anni, fatta eccezione per il 2009».

Eppure il debito resta il nostro tallone d’Achille. Lei dice spesso che se non si cresce non cala nemmeno il debito, ma è altrettanto vero che tagli alla spesa e privatizzazioni meriterebbero miglior sorte. O no?
«Sul debito continueremo a fare ciò che è necessario benché l’assenza di inflazione non aiuti. Stiamo privatizzando l’Enav, nell’ultimo Consiglio dei ministri abbiamo approvato il decreto propedeutico alla messa sul mercato di Ferrovie, resta l’ipotesi di vendere una nuova tranche di Poste e parte del patrimonio immobiliare».

Quali sono le priorità di qui all’estate?
«Il governo sta preparando un decreto che abbiamo chiamato “Finanza per la crescita”: un insieme di misure volto a rafforzare il finanziamento delle piccole e medie imprese oltre il canale bancario. È già cominciato il lavoro sulla legge di Stabilità, stiamo cercando di creare le condizioni per rendere il bilancio pubblico più agile ed efficiente. Grazie alla riforma della legge di Bilancio, che ha appena iniziato l’iter alla Camera, la revisione della spesa diventerà permanente».

Significa che sarà più semplice imporre i tagli di spesa?

«La riforma permetterà di “aggredire” voci di spesa che fino ad oggi, una volta introdotte, sono date per acquisite. Sarà più facile riconsiderare le decisioni prese in passato».

Con il vincolo dell’1,8 per cento di deficit ci sarà spazio per ridurre le tasse, e in particolare l’Irpef come chiede Renzi?
«È prematuro parlare di singole misure, che vanno valutate appunto nell’ambito della legge di stabilità. L’impegno a neutralizzare le clausole di salvaguardia è già noto ed è stato preso con il Paese».

Nonostante le molte misure decise dal governo, sul sistema bancario pesano ancora le troppe sofferenze. Saranno necessari altri decreti?
«Il governo lavora da più di due anni a riforme strutturali del settore: delle banche popolari, di quelle cooperative, delle fondazioni bancarie. Abbiamo assistito alla nascita del Fondo Atlante, abbiamo preso misure per accelerare le procedure concorsuali ed il recupero crediti».

Dunque?
«I vincoli normativi da parte dell’Europa oggi sono molto più forti di ieri. Abbiamo fatto tutto quanto è lecito fare, e per questo è importante che il sistema decida in autonomia tutte le iniziative ulteriori con una valenza di stabilità sistemica. Il nostro lavoro è ispirato da una filosofia di fondo: favorire le aggregazioni. Ebbene, il processo deve andare avanti, perché in Italia ci sono ancora troppe banche».

Si parla con insistenza di un cambio della guardia a Unicredit, e dell’interesse di Palazzo Chigi affinché i soggetti più grandi abbiano una guida forte e condivisa. Lei la pensa così?
«Io rispetto l’autonomia del settore. Non sta a me dare indicazioni sulle decisioni che spettano agli azionisti: ciò che conta è che esse vengano prese avendo come unico obiettivo la sana e prudente gestione».

L’ultima volta in cui l’abbiamo intervistata fra Roma e Berlino si stava consumando uno scontro sul tema banche. Sei mesi dopo le cose vanno meglio?
«Le cose che ci dividono ancora dalla Germania hanno a che vedere con i passi da fare per il futuro dell’Unione bancaria. Noi siamo favorevoli ad un meccanismo di garanzia comune, la Germania no. Noi siamo contrari a introdurre vincoli per l’esposizione delle banche ai debiti sovrani, loro sono a favore. Normale dialettica».

La prossima settimana i ministri finanziari europei si riuniscono per discutere dell’ennesimo programma di aiuti alla Grecia. La distanza fra Europa e Fondo monetario è profonda, ed è sempre più probabile che Washington resti alla finestra. Non è così?
«Non credo sia all’ordine del giorno l’ipotesi che il Fondo monetario resti fuori dal piano. Nell’ultima riunione abbiamo fatto passi avanti grazie alla decisione greca di approvare un importante pacchetto di riforme».

Eppure il Fondo insiste per il taglio del debito nominale, la Germania è contrarissima. Come si fa a trovare un compromesso?
«C’è soprattutto una diversa valutazione sulla sostenibilità di lungo periodo di quel debito. Ma sull’ipotesi di un taglio nominale sono d’accordo con la Germania: se prendessimo una decisione del genere, si ripercuoterebbe su tutti i contribuenti europei».

Fra gennaio e marzo c’è stato un crollo delle assunzioni stabili, inevitabile conseguenza della riduzione degli sgravi contributivi. Teme che questo dato si consolidi? O il governo intende introdurre altre misure?

«Quando ho iniziato a studiare economia mi hanno insegnato a non prendere sul serio il dato di un singolo intervallo temporale. La disoccupazione scende, e i dati di oggi non mi fanno cambiare idea. Mi rifaccia questa domanda non prima di tre mesi».

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