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Intervento del ministro Roberto Gualtieri al 26° Congresso ASSIOM FOREX

08/02/2020

1. Il quadro macro internazionale
L’economia italiana si inserisce in un contesto macroeconomico internazionale che sembra vivere su un’altalena, tra eventi e dati incoraggianti ed altri che, al contrario, sottolineano i rischi di un possibile rallentamento dell’economia globale.
Abbiamo avuto nell’ultimo biennio alcuni fattori di perturbazione del clima economico hanno fortemente pesato sul ciclo economico internazionale. Il recente accordo sul commercio tra Stati Uniti e Cina ha un po’ rasserenato il quadro, che resta ancora incerto. Anche nei confronti dell’Unione Europea non si escludono ulteriori misure. Nel breve termine, seri elementi di preoccupazione sono legati anche al nuovo virus influenzale, dal quale ci aspetta certamente un impatto negativo sulla crescita dell’economia cinese, che tuttavia è ancora difficile da quantificare e potrebbe essere limitato a pochi decimi di punto, ma non si possono escludere effetti più elevati.
Per quanto riguarda l’economia italiana, sappiamo che negli ultimi due anni ha registrato un andamento deludente. La stima preliminare dell’ultimo trimestre del 2019 - se confermata - mostra una flessione, che potrebbe in parte essere stata influenzata da fattori transitori e di calendario. Tuttavia, gli indicatori anticipatori del ciclo sembrano fare pensare a un moderato recupero nel primo semestre del 2020.

2. Fiducia, finanza pubblica ed economia reale
La nostra economia è strettamente interconnessa con le altre attraverso le catene globali del valore. Ma è anche influenzata dalle condizioni di accesso al credito e al capitale, che a loro volto sono influenzate dalle finanze pubbliche e quindi dalla percezione del rischio politico nel nostro paese.
L’impegno del Governo è quello di garantire stabilità politica, coerenza nelle decisioni e un atteggiamento costruttivo nei confronti delle istituzioni e dei partner europei contribuiscano a rendere più chiaro e lineare il quadro nel quale agiscono gli operatori economici.
Secondo stime basate sui modelli del Tesoro, il restringimento dello spread tra i nostri Titoli di Stato e i Bund registrato da giugno 2019 ad oggi, a parità di altre condizioni, porterà a un incremento degli investimenti fissi lordi di 3,2 punti percentuali cumulati dal 2019 alla fine del 2022, dei consumi privati di 2,2 punti e del PIL di 1,4 punti percentuali.
Questo legame tra spread ed economia reale è un elemento sul quale il dibattito nel nostro Paese si sofferma sempre troppo poco: non sono pochi gli esponenti politici che affrontano questo tema con un certo grado di sufficienza, dimenticando che lo spread misura lo stato di salute delle finanze pubbliche e la fiducia che gli investitori ripongono nell’Italia e configura insieme ad altre variabili il contesto in cui maturano le decisioni di allocazione delle risorse e le altre azioni o inerzie che guidano il nostro Paese verso la stagnazione oppure verso la crescita.
Per quanto riguarda gli impatti sulla finanza pubblica, nel corso del 2019 è emersa con evidenza l’importanza della percezione di affidabilità del Paese. Basta confrontare le previsioni di spesa per interessi contenute nel DEF di aprile 2019 con quelle della Nota di aggiornamento di fine settembre dello stesso anno: abbiamo risparmiato quasi 2,7 miliardi di spesa per interessi solo nel 2019. E da successive stime preliminari, credo che molto probabilmente nell’anno appena trascorso il risparmio effettivo rispetto alle previsioni del DEF di aprile potrebbe aver superato i 3 miliardi di euro.
Le scorse settimane hanno nuovamente mostrato la relazione tra una politica credibile e responsabile, la fiducia degli investitori, il contenimento del costo del denaro. Nella sola giornata di lunedì 27 gennaio lo spread sulla scadenza a 10 anni si è ridotto di circa 13 punti base e il rendimento sul BTP della stessa durata è sceso di quasi 20 punti base. La discesa è proseguita nelle giornate successive su tutte le scadenze, riportando lo spread ai livelli della metà di ottobre 2019. Tali livelli dei tassi sui titoli di Stato sono coerenti con le proiezioni prudenti utilizzate per la Nota di Aggiornamento del DEF di fine settembre 2019 e poi della Legge di Bilancio per il 2020.
Anzi, proprio per la prudenza che contraddistingue le stime effettuate dai tecnici del Tesoro, si può dire che gli attuali livelli dei tassi sono addirittura inferiori alle previsioni utilizzate per le stime di finanza pubblica. Motivo per cui ritengo che un consolidamento della fiducia nell’Italia apporterà ulteriori effetti benefici al Bilancio dello Stato e all’ambiente economico privato, attraverso il miglioramento delle condizioni finanziarie per gli operatori economici.
In un quadro in cui rileviamo con piacere il buon andamento della finanza pubblica, i dati sul 2019 ci inducono a ipotizzare un rapporto deficit/PIL inferiore all’ultima previsione. Ma anche i primi dati sul 2020 consentono un qualche ottimismo sui conti pubblici, dato che a gennaio abbiamo registrato un fabbisogno di cassa inferiore rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, confermando la tendenza al miglioramento degli ultimi quattro mesi.

3. Le condizioni del settore bancario in Italia
Negli ultimi anni il sistema bancario italiano è stato caratterizzato da un ampio risanamento degli attivi e da una profonda ristrutturazione organizzativa. Ha potuto così rafforzare le capacità di fornire sostegno finanziario all’economia anche a fronte del recente peggioramento del quadro congiunturale internazionale. Le situazioni di grave crisi di alcuni intermediari sono state risolte grazie alla cooperazione tra le autorità pubbliche e il sistema bancario nel suo complesso. Il contributo fornito dal sistema bancario, in particolare attraverso il Fondo interbancario di tutela dei depositi, è stato fondamentale per consentire la messa in sicurezza del sistema e limitare le ripercussioni delle crisi sull’economia.
Il miglioramento dei bilanci bancari si è realizzato soprattutto attraverso la riduzione delle consistenze di crediti deteriorati, la cui quota sul totale dei prestiti è scesa dal picco del 9,8 per cento nel dicembre 2015 all’attuale 3,7 per cento, al netto delle rettifiche di valore. Hanno inciso le operazioni di cessione: tra il 2016 e il 2020 le banche hanno ceduto crediti per un controvalore lordo di quasi 150 miliardi di euro. Al successo di tali operazioni ha contribuito lo sviluppo di un mercato secondario per i crediti deteriorati ben funzionante. Lo schema di garanzie pubbliche offerto dalle GACS, recentemente rinnovato per altri due anni fino al 2021, è stato determinante per attenuare le incertezze degli investitori.
Al miglioramento degli attivi bancari si è accompagnato un graduale rafforzamento patrimoniale: tra il 2008 e il 2019 il rapporto tra il capitale di migliore qualità e gli attivi ponderati per il rischio (CET1 ratio) è cresciuto dal 7 al 13,6 per cento, riducendo il divario tra le banche italiane e gli altri intermediari europei. È essenziale il raggiungimento di adeguati livelli di redditività. Dal 2017 il rendimento del capitale (ROE) è in continuo miglioramento; ha raggiunto il 7,1 per cento nel primo semestre dello scorso anno. Proseguire in questa direzione non è semplice: la crescente digitalizzazione dei servizi bancari, che offre indubbi benefici ai clienti, pone gli intermediari di fronte a un nuovo contesto di mercato che richiede una tempestiva revisione dei modelli di business e adeguati investimenti in nuove tecnologie al fine di cogliere le opportunità di crescita.

4. Sviluppo del mercato dei capitali
La diversificazione del sistema finanziario e lo sviluppo della finanza di mercato forniscono un importante contributo alla crescita dell’economia e alla stabilità finanziaria. Banche e mercati sono complementari. Le banche svolgono un ruolo essenziale per le imprese piccole e giovani, caratterizzate da elevate asimmetrie informative e minore possibilità di accesso a mercati; la finanza non bancaria è più idonea a sostenere le imprese grandi, capaci di ricorrere direttamente al mercato, e quelle più innovative, che richiedono un maggiore apporto di capitale di rischio.
Negli ultimi anni il ruolo degli intermediari non bancari nel sistema finanziario italiano si è ampliato. È aumentato il numero di società che hanno fatto ricorso al mercato. In Italia tra il 2015 e il 2019 si sono quotate in Borsa circa 150 imprese non finanziarie, oltre il doppio del precedente quinquennio; nello stesso periodo le società che hanno collocato obbligazioni per la prima volta sono aumentate da circa 330 a quasi 600. È cresciuta la quota dell’ampia ricchezza finanziaria delle famiglie che viene gestita dagli investitori istituzionali.
Questo processo ha beneficiato di interventi normativi e di incentivi fiscali rivolti sia alle imprese sia agli investitori. La normativa sull’Aiuto alla crescita economica (ACE), recentemente ripristinata, ha favorito l’emissione di capitale di rischio da parte delle imprese riducendo lo svantaggio fiscale nei confronti del finanziamento con debito. Sono stati rimossi alcuni vincoli di natura tributaria all’emissione di obbligazioni da parte di società non quotate (minibond). È stato introdotto un credito di imposta sui costi connessi alla quotazione in borsa.
Interventi di natura fiscale hanno riguardato anche la domanda di strumenti finanziari. L’introduzione dei Piani individuali di risparmio (PIR) ha facilitato l’investimento in titoli di imprese italiane non inclusi nell’indice FTSE MIB. Al fine di favorirne la diffusione, sono stati recentemente rivisti con l’ultima manovra alcuni vincoli sugli investimenti introdotti nella legge di bilancio per il 2019 che rendevano più difficile il rispetto dei requisiti prudenziali di diversificazione e di liquidità. Altre misure hanno favorito gli investimenti in fondi di venture capital e in titoli di imprese innovative.
Nonostante i recenti progressi la finanza non bancaria in Italia rimane meno sviluppata rispetto ai principali paesi europei. Per colmare questo ritardo vanno confermate, e ove possibile razionalizzate, le politiche che si sono dimostrate efficaci. La stabilità e la coerenza del quadro normativo sono elementi essenziali se si vogliono modificare i comportamenti degli operatori economici. Occorre introdurre misure nuove in un dialogo con gli operatori in quello che definiamo Finanza per la Crescita 2.0.
I mercati finanziari italiani potranno in prospettiva beneficiare di una maggiore integrazione con i mercati degli altri paesi europei. Il progetto dell’Unione dei mercati dei capitali (Capital Markets Union, CMU), che ha preso le mosse nella passata legislazione europea, mira a creare le condizioni per lo sviluppo di un grande mercato europeo che consenta una maggiore condivisione dei rischi del settore privato e accresca la stabilità complessiva del settore finanziario. Nonostante siano state adottate diverse misure di armonizzazione regolamentare[1] a cui abbiamo anche concorso, da questo punto di vista occorre ancora fare molto.
Il governo sostiene l’impegno dei legislatori europei a rilanciare gli sforzi per l’attuazione del mercato unico dei capitali. Occorrono misure per facilitare i finanziamenti per le imprese, migliorando l’accesso degli investitori alle informazioni di bilancio in particolare per le imprese non quotate e le PMI, e per stimolare la domanda di prodotti di investimento da parte dei risparmiatori. Occorre superare gli attuali ostacoli di natura legale, fiscale e regolamentare, individuando le aree prioritarie di intervento. Un diritto fallimentare e metodi di risoluzione stragiudiziale più efficienti e maggiormente allineati tra paesi favoriscono lo sviluppo del mercato dei capitali e creano incentivi per la crescita degli investitori istituzionali. Una maggiore uniformità dei diritti societari consentirebbe di attenuare gli ostacoli posti da alcune norme nazionali[2] agli investimenti e alle operazioni di fusione e acquisizione transfrontaliera. Anche le differenti normative fiscali degli Stati membri costituiscono un ostacolo e un maggior grado di coordinamento in quest’area sarebbe auspicabile. Sul fronte della regolamentazione e della supervisione si dovrà lavorare alla creazione di un single rulebook per il mercato dei capitali e per rafforzare la convergenza nella prassi di supervisione da parte delle autorità di controllo.

5. Completamento dell’Unione bancaria e proposta di riforma del Meccanismo europeo di stabilità
L’attuazione di un mercato unico europeo dei capitali è parte del necessario completamento dell’UEM di cui ulteriori elementi essenziali sono la realizzazione dell’unione di bilancio e il completamento dell’unione bancaria.
Per quanto riguarda l’unione di bilancio, la recente Comunicazione della Commissione[3] sulla revisione del quadro comune per la sorveglianza economica e fiscale ribadisce il carattere subottimale dell’attuale sistema di regole, che possono avere avuto effetti pro-ciclici indesiderati. La Commissione ha anche sottolineato la necessità di introdurre una funzione di stabilizzazione automatica dell’economia allo scopo di assorbire shock asimmetrici e contenerne l’impatto sulla crescita potenziale. La revisione delle regole dovrebbe consentire un più robusto contributo pubblico agli investimenti per l’economia reale e per la sostenibilità ambientale e sociale.
Il governo italiano condivide pienamente questi obiettivi e contribuisce attivamente al dibattito sulla revisione della governance economica lungo queste direttrici.
Il completamento dell’unione bancaria richiede un’evoluzione delle regole del settore a livello europeo verso obiettivi di fondo ampiamente condivisi: la riduzione della frammentazione del mercato bancario e il rafforzamento della capacità del sistema di assorbire gli shock, assicurando così il necessario sostegno all’economia reale e allo sviluppo
Il quadro attuale va integrato con le componenti ancora mancanti. In particolare, occorre completare il secondo pilastro dell’unione bancaria, con un backstop pubblico per il fondo di risoluzione unico e un sistema armonizzato di gestione delle crisi anche per le banche minori, e porre rimedio alla mancata costituzione del terzo pilastro, introducendo una vera assicurazione comune europea dei depositi bancari. Nell’Unione europea vi è nel complesso accordo su questa diagnosi ma vi sono visioni differenti su come conseguire l’obiettivo.
La riduzione dei rischi nei bilanci delle banche è stata considerata da alcuni come necessaria pre-condizione per la costituzione di un’assicurazione europea dei depositi bancari. In questo campo l’impegno italiano è stato continuo e sempre volto a colmare le lacune esistenti così come a ridurre in parallelo i rischi non adeguatamente presidiati e quelli emergenti. L’attenzione deve essere rivolta non solo all’accumulo di crediti deteriorati e alle esposizioni bancarie verso i sovrani, ma anche alle esposizioni delle banche in prodotti finanziari opachi e illiquidi (Level 2 e Level 3 asset), ai rischi cyber, ai rischi legati al riciclaggio di denaro sporco e al finanziamento del terrorismo.
L’introduzione di requisiti prudenziali a carico delle esposizioni bancarie verso il debito sovrano indebolirebbe forse, ma certo non eliminerebbe, il circolo vizioso fra rischio sovrano e rischio bancario; allo stesso tempo ostacolerebbe il ruolo di stabilizzazione dei mercati dei titoli pubblici svolto dalle banche; nel complesso potrebbe avere effetti netti negativi per la stabilità macro-finanziaria. Non si può prendere in considerazione una revisione del trattamento prudenziale dei titoli del debito sovrano fintantoché non si metta mano alla creazione, in ammontari adeguati, di un vero ‘safe asset’ – uno strumento di debito pubblico europeo che faciliti la diversificazione degli attivi bancari e possa essere utilizzato come benchmark dagli intermediari, ricoprendo lo stesso ruolo che il debito federale svolge nel mercato statunitense.
Occorre essere consapevoli che un asset veramente “safe” deve avere il pieno e comune supporto da parte degli Stati Membri. Inoltre la sua creazione non dovrà avere impatti sul debito nazionale in circolazione (juniorizzazione).
Queste considerazioni non impediscono tuttavia che si possa concepire un processo graduale, per stadi intermedi, iniziando con la costruzione di uno strumento in grado di sostenere gli sforzi degli Stati membri per ridurre i rispettivi debiti, evitando nel medio periodo trasferimenti sistematici tra paesi e incentivando comportamenti virtuosi da parte dei governi impegnati nella riduzione del debito sovrano. Si rafforzerebbe così la credibilità del quadro di regole di bilancio dell’UE.
Uno schema di assicurazione comune a livello europeo dei depositi bancari è uno strumento fondamentale per ridurre la segmentazione del mercato unico lungo i confini nazionali e spezzare il nesso tra rischio sovrano e rischio bancario. Esso deve garantire una effettiva condivisione dei rischi e una coerenza tra assetto decisionale e allocazione dei costi di gestione delle crisi, tenuto conto dell’accentramento già realizzato con l’istituzione del Meccanismo unico di vigilanza (SSM) e del Meccanismo unico di Risoluzione (SRM). Stabilire oggi un percorso credibile verso un’assicurazione comune, con un orizzonte temporale definito, è essenziale per completare l’Unione bancaria e più in generale per superare lo stallo in cui si trova il processo di consolidamento dell’Unione monetaria.
Senza un backstop pubblico per il Fondo di risoluzione unico questo processo non può concludersi felicemente. Su questo punto esiste da tempo un consenso di principio, ribadito anche dal rapporto dei cinque Presidenti europei del 2015. Il nostro paese è stato sempre in prima linea non solo nel sottolinearne la necessità ma anche nel sostenere la scelta di affidarlo al Meccanismo europeo di stabilità (MES). La proposta di riforma del Trattato che disciplina il MES recentemente avanzata compie questo ulteriore passo, in particolare integrando le risorse finanziarie private del Fondo di risoluzione che potrebbero risultare nettamente inadeguate in caso di crisi sistemica. La credibilità del Fondo viene rafforzata e si favorisce un governo ordinato delle crisi. Si tratta ora di finalizzare questa riforma, non di ostacolarla.
Un’area da completare riguarda la realizzazione di un sistema armonizzato di gestione delle crisi anche per le banche minori. Insoddisfacente è oggi l’assenza di qualsiasi strumento che consenta di gestire in modo ordinato l’uscita dal mercato delle banche medio-piccole, attualmente escluse dal sostegno del Fondo nonostante anch’esse vi contribuiscano. Per queste ultime infatti la soluzione della crisi di norma è la liquidazione atomistica dell'intermediario, che è spesso inefficiente e comporta la distruzione di un rilevante patrimonio di relazioni economiche e sociali in capo alla banca.
Non mancano le proposte per ovviarvi. Similmente a quanto accade negli Stati Uniti, anche in Europa andrebbero introdotte regole per la liquidazione ordinata delle banche, da applicare quando non sussista un interesse pubblico ad attivare la procedura di risoluzione, per rendere più efficiente la gestione delle crisi. In particolare, andrebbero definiti interventi legislativi per accrescere gli incentivi del sistema di garanzia dei depositanti a intervenire a supporto di una liquidazione ordinata con misure alternative al rimborso dei depositi e per creare una nuova cornice giuridica per favorire la cessione in blocco di attività e passività della banca in liquidazione.

6. Conclusioni
In conclusione, credo che anche grazie a un ruolo attivo del governo italiano, nei prossimi anni l’Europa conoscerà una stagione di rafforzamento dell’Unione economia e monetaria. Sono fiducioso che in Europa il settore bancario e più in generale dell’intermediazione finanziaria sarà più integrato.
In Italia il settore ha compiuto uno sforzo importante di rafforzamento patrimoniale. Gli investitori hanno sostenuto questo sforzo dimostrando fiducia nella qualità dei nostri intermediari e nel futuro del paese. Una fiducia nell’Italia che registriamo anche nella significativa ripresa di acquisti di titoli di Stato da parte di operatori esteri.
L’effetto combinato del rafforzamento del sistema creditizio e finanziario nazionale e della riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico crea condizioni favorevoli perché il risparmio delle famiglie italiane possa essere indirizzato verso la crescita dell’economia reale. Le imprese italiane che hanno saputo innovare e diventare sempre più competitive, nonostante la crisi del decennio che abbiamo alle spalle, potranno avere un beneficio da condizioni più favorevoli di accesso al credito ma anche dalla disponibilità di capitali di rischio, con i quali sostenere tutte le fasi della vita dell’impresa, dalla fase di start-up alla maturità.
A questo punto è lecito chiedersi quale contributo debba dare l’azione pubblica, il Governo, per sostenere questo sforzo collettivo di rilancio del Paese. L’elenco dei problemi è lungo e se cominciassimo oggi ad affrontarli tutti impiegheremmo anni a conseguire l’obiettivo di un paese moderno, coeso, competitivo. Un paese all’avanguardia in alcuni settori avanzati, ben integrato nelle catene del valore globali, con un elevato livello di partecipazione al mercato del lavoro e servizi pubblici soddisfacenti.
La buona notizia è che abbiamo già cominciato a lavorare in questa direzione. Il Governo ha individuato alcune priorità e su queste stiamo muovendo i primi passi.
Non mi riferisco qui all’ultima legge di bilancio. Penso che abbiamo dato alcuni segnali importanti, come la riduzione del carico fiscale sul lavoro dipendente che riguarda 16 milioni di lavoratori. E tuttavia è evidente che non si elaborano una visione e un piano strategico nell’arco delle poche settimane che abbiamo avuto a disposizione per aggiornare il documento di economia e finanza e cancellare l’aumento dell’IVA da 23 miliardi.

Quando dico che abbiamo cominciato un percorso mi riferisco a tre priorità, cui corrispondono altrettanti cantieri.

  1. Il primo cantiere riguarda una riforma fiscale orientata a ridurre il peso delle imposte sui fattori produttivi, a cominciare dal lavoro, e a semplificare il quadro degli adempimenti. L’obiettivo è di ridurre il peso delle imposte ma anche l’onere indiretto del fisco, determinato dalla complessità e dall’incertezza del sistema. Abbiamo tenuto due giorni fa al Ministero dell’economia la prima riunione, mettendo intorno allo stesso tavolo tecnici e politici, accademici e professionisti, perché una riforma complessa si disegna con il contributo di tutte le parti interessate e competenti.
  2. Il secondo cantiere riguarda gli altri oneri indiretti che condizionano negativamente il business environment. Dobbiamo semplificare, soprattutto attraverso il ricorso alla digitalizzazione. E per semplificare dobbiamo rivedere alcuni processi critici, a cominciare dalla spesa delle pubbliche amministrazioni, dove possiamo agire per favorire l’efficienza, ridurre gli sprechi, allocare le risorse in modo da valorizzare la componente più dinamica e innovativa dell’offerta. Il CNR ha stimato che portando la quota di acquisti della pubblica amministrazione in beni e servizi innovativi dall'attuale 0,17 al 1% del PIL, si libererebbe più di un miliardo di euro da mettere a sostegno di ricerca, sviluppo, innovazione.
  3. Arrivo ora alla questione degli investimenti, che non è certo l’ultima tra queste tre priorità. È vero: tutti i governi promettono di aumentare gli investimenti pubblici e poi a posteriori se ne registra la stagnazione se non la flessione. Sappiamo, anche grazie alle esperienze di tutti quelli che ci hanno preceduto, e di cui vogliamo fare tesoro, che stanziare risorse è soltanto il primo passo, ma non basta. Serve certamente accompagnare con grande tenacia tutti i processi che riguardano le approvazioni, le autorizzazioni e gli altri adempimenti necessari a realizzare le opere. Su questo posso testimoniarvi non soltanto l’impegno del mio dicastero – non sarebbe neanche elegante parlare di se stessi – ma portarvi l’esempio del grande lavoro che sta compiendo la collega Paola De Micheli al Ministero delle Infrastrutture, dove in pochi mesi sono stati finalmente avviati alla realizzazione progetti infrastrutturali per un valore di 4,2 miliardi di euro. Risorse già stanziate e parcheggiate da tempo.

E tuttavia neanche questo basta. Abbiamo detto che servono le risorse, abbiamo detto che serve l’impegno nell’attuazione, ma serve anche una direzione di lungo termine chiara, precisa, perseguita con continuità, con serietà, senza proclami. Un lavoro da svolgere nel confronto sistematico con gli stakeholder, per introdurre misure normative di facilitazione e semplificazione e misure di sostegno fiscale o finanziario.
Dobbiamo insomma darci una strategia e delle missioni. Non certo per sovrapporre il pubblico al privato, ma per creare le condizioni che consentano al privato di prosperare insieme alle comunità coinvolte nello svolgimento dell’attività economica.
Anche a livello europeo c’è un cambiamento di rotta nelle politiche pubbliche. Nelle scorse settimane la Commissione ha annunciato le linee guida del piano di investimenti per l'Europa sostenibile, al fine di mobilitare 1.000 miliardi di investimenti per la riduzione delle emissioni. In parallelo si stanno definendo intorno a 9 filiere strategiche gli obiettivi di una nuova politica industriale Europea. Si tratta di un’evoluzione indispensabile, perché la fase che il mondo e l’Italia attraversano ha bisogno di un rapporto dinamico, sinergico tra Stato e mercato.
Il rilancio degli investimenti pubblici e privati e la capacità di orientarli è cruciale per mettere in moto il nostro sistema produttivo verso le grandi sfide dell’innovazione e della sostenibilità. Sono convinto che l’Italia può essere protagonista di questi processi, anche grazie a una inedita capacità di canalizzare il risparmio verso gli investimenti, mettendo in campo capitali pazienti, indispensabili per sostenere gli investimenti a lungo termine per la trasformazione dei processi produttivi.
Cosa serve allora? Serve una strategia di moderna politica industriale, con la quale irrobustire la competitività delle nostre filiere industriali, migliorare il posizionamento in segmenti di medio-alto valore aggiunto e il presidio di alcune grandi catene globali di produzione del valore. Dobbiamo sostenere lo sforzo delle imprese italiane affinché si attrezzino per affrontare le sfide e cogliere l'opportunità della decarbonizzazione, dell'innovazione, dell'automazione.
Faccio qui solo un paio di esempi di obiettivi strategici, in campo privato e pubblico.
Con i fondi del Green New Deal europeo e il “Patto per l’innovazione e la sostenibilità” al quale stiamo lavorando a livello nazionale, dobbiamo costruire una piattaforma che sostenga la transizione della nostra filiera della componentistica per l’auto, che si deve misurare con il processo in atto di conversione progressiva ma rapida dell’intero settore alle esigenze della mobilità sostenibile. [ E facendo ricorso al “Just Transition Fund” potenzieremo il piano industriale per il rilancio di Ilva come grande polo europeo dell'acciaio verde a basse emissioni. ]
Nel settore pubblico possiamo conseguire in 5 anni l’obiettivo di portare tutto il patrimonio pubblico italiano, in particolare tutte le scuole, verso l'efficienza energetica, innestando un circolo virtuoso di sviluppo, di occupazione, di riduzione delle emissioni, di risparmio per la p.a.
Sono insomma convinto che ci siano le condizioni per realizzare una grande alleanza tra politiche pubbliche, sistema delle imprese, sistema finanziario, da collocare in un orizzonte europeo.
Ecco, davanti a voi che state facendo la vostra parte, davanti all’industria che conquista posizioni di avanguardia nelle catene globali del valore, il Governo si impegna a fare la propria parte. Si impegna a creare le condizioni perché ciascuno possa dare il meglio di sé.

Il mio impegno, il nostro impegno, è di lavorare con sobrietà, con serietà, perseguendo obiettivi con tenacia e determinazione. E parlando soltanto quando si raggiungono risultati concreti.

È con questo spirito che vi ringrazio e vi auguro buon lavoro.


[1] Tra le principali si citano: la revisione della disciplina sui prospetti per le emissioni pubbliche di titoli azionari e obbligazionari; la rimozione di alcune barriere normative agli investimenti in infrastrutture da parte degli assicuratori; la disciplina volta a rilanciare le cartolarizzazioni dei crediti trasparenti e standardizzate; l’introduzione di regole comuni sui covered bond; le nuove regole volte ad agevolare la distribuzione transfrontaliera dei fondi comuni di investimento.

[2] Ad esempio, vincoli pubblici nel caso di finanziamenti alle infrastrutture o differenze nei diritti degli azionisti.

[3] Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Central Bank, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions on Economic governance review, Brussels 5 February 2020.

 

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